isole che parlano - Valeria Sturba - Lanfranco Della Torre - Caterina Palazzi - Vincenzo Vasi - intervista - Luca Garau - 2021- Sa Scena - 3 settembre 2021

Isole che Parlano – Intervista a Valeria Sturba

Luca Garau Interviste

Luca Garau ha raggiunto la violinista Valeria Sturba, protagonista del festival con Caterina Palazzi, venerdì 10 settembre, e il suo progetto OoopopoiooO assieme a Vincenzo Vasi, sabato 11

Continua la chiacchierata con alcune tra le ospiti dell’edizione 2021 di Isole che Parlano. Oggi è la volta di Valeria Sturba, polistrumentista abruzzese, classe 1991 che annovera nel suo curriculum collaborazioni con, tra i tanti, Stefano Benni, John De Leo, Tristan Honsinger e Mauro Ottolini, Cristina Donà. Violinista e suonatrice di theremin, oltre che esperta manipolatrice elettronica del suono, porterà al festival un set inedito in duo con Caterina Palazzi e il suo progetto OoopopoiooO assieme a Vincenzo Vasi.

Partiamo confessando che è inusuale vedere una donna alle prese con “diavolerie” elettroniche come theremin, pedali vari, loop station ecc. Tolte Bjork, Kim Gordon, Giorgia Angiuli, per prendere tre distinte coordinate, diciamo che è quantomeno raro. Ti senti addosso questa stranezza, o, francamente, te ne infischi?

È inusuale, ma sempre meno raro! Ci sono tante musiciste alle prese con pomelli, oscillatori e strumenti poco comuni.C’è un documentario molto bello, Sister with Transistors, che racconta le donne della musica elettronica. Ma già nel 1928 Clara Rockmore, la prima virtuosa del theremin, faceva danzare le sue mani nell’aria incantando il pubblico.

Riguardo alla stranezza, boh, direi che me ne infischio, o meglio non mi sono mai posta il problema. Trovo che gli strumenti che suono, i giocattoli, le scatolette colorate, rappresentino il mio mondo, che è comunque in continua evoluzione. Ultimamente, ad esempio, mi affascina molto il ritorno ad una dimensione più acustica e minimale: voce, violino, qualche oggetto.

Fino a qualche anno fa l’iscrizione ai conservatori era tutto sommato bilanciata tra uomini e donne, però si riscontravano “corsi da maschio” e “corsi da femmina”. Le donne restavano fuori dai corsi per ottoni, strumenti a percussione, discipline compositive, improvvisative e direttoriali, elettroniche neppure a parlarne mentre risultavano più dedite all’arpa (con un quasi monopolio), agli archi (ma non il contrabbasso), al flauto, ma molto meno tra gli altri legni. Come spieghi questo fenomeno, tu che rappresenti un’eccezione a questa tendenza? Anche all’interno dei conservatori esiste ancora questo tipo di divisione di genere?

In realtà nel periodo degli studi sono stata anch’io dentro questa tendenza, avendo frequentato il corso violino classico. La voglia di sperimentare è nata fuori, nella vita, in strada.

Non essendo una frequentatrice abituale di Conservatori non so se esiste ancora questa divisione, ma credo di no, lo spero.

Escluso il pop e le stranezze di cui sopra, parrebbe comunque che la presenza femminile nella musica “colta” cresca un po’ di più. Credi che possano arrivare contributi sostanzialmente differenti in termini musicali dalle donne rispetto agli uomini? 

Sicuramente. Basti pensare a donne come Cathy Berberian, Rosa Balistreri, Diamanda Galas, Shelley Hirsch.

Eppure classifiche e immaginario diffuso rimandano sempre a nomi maschili (Fresu, Rava, Bosso, Pietropaoli, ecc). Pensi che esista una questione di genere nel mondo musicale? In che modo possono essere invertite queste tendenze? 

Certo che esiste, e purtroppo è una conseguenza del fatto che esiste ancora in maniera troppo diffusa nel mondo più ampio di quello musicale. Mi è capitato a volte di essere trattata con sufficienza e supponenza, in contesti in cui era chiaro che se fossi stata un uomo avrei ricevuto un altro trattamento. Ogni tanto noto che qualche fonico fa fatica a concepire che i miei cavi so collegarli da sola.

Non mi piace che in un festival ci siano solo nomi di uomini, ma non mi piacerebbe nemmeno se un organizzatore mi dovesse chiamare solo perché sono donna, senza nemmeno sapere quello che faccio ma solo per una foto vista sul web. Anche quella la vedrei come una discriminazione.

Per quanto mi riguarda provo a invertire queste tendenze continuando a fare quello che faccio e che voglio, con determinazione e senza scendere a compromessi inutili o, peggio, dannosi.

Foto da https://www.ooopopoiooo.com/

In un’intervista del 2019 dici che inizialmente tenevi distinti il conservatorio e la musica che ti piaceva e che mai avresti pensato di coniugare le due cose, perchè conservatorio voleva dire orchestra o insegnamento. C’è ancora questa netta separazione o pian piano il mondo della musica istituzionale si sta aprendo alle contaminazioni?

Sì, diciamo che nessuno lì dentro mi ha mai parlato di Jean Luc Ponty o Stephane Grappelli.

Probabilmente le cose sono cambiate, ora ci sono molte più possibilità e credo molta più apertura.

Si possono studiare materie elettroniche, ci sono corsi di improvvisazione, ear training. Qualche volta mi è capitato di tenere dei workshop sul theremin ed è stato bello, i ragazzi erano sempre molto aperti, curiosi, interessati.

In altri contesti, soprattutto internazionali, la commistione c’è e sta anche portando ottimi frutti. Tu hai calcato anche tanti palchi fuori dai confini. Hai riscontrato delle differenze rispetto all’Italia per quanto riguarda la predisposizione dei programmi, o gli scambi artistici e umani? 

Le differenze ci sono, ma si trovano anche in Italia, tra un palco e l’altro. È difficile generalizzare perché ogni esperienza è unica e diversa.

Il Cile mi è rimasto nel cuore, lì ho visto moltissimo rispetto per i musicisti: se cammini per strada con degli strumenti la gente ti sorride, ti saluta. Si percepisce una bella energia.

Isole che parlano “è caratterizzato dalla mancanza di un genere puro di riferimento”, prediligendo la promiscuità tra diversi linguaggi musicali e ha scelto di muoversi, anno dopo anno, “tra tradizione ed eterodossia” Credi che questa scarsità di attenzione a tutto ciò che è distinzione possa essere la chiave di volta per superare vecchi e pesanti retaggi?

Assolutamente sì, è necessario abbattere queste distinzioni! Di solito quando qualcuno scopre che sono una musicista, la domanda che arriva subito è: “che genere suoni?”. Io non so mai cosa rispondere. Ora ho maturato la consapevolezza di sentirmi caratterizzata dalla mancanza di un genere puro di riferimento.

Violino e contrabbasso, guidati rispettivamente da te e Caterina Palazzi, saranno i protagonisti del concerto del 10 settembre a Palau. Come nasce il progetto, cosa vi lega e cosa vi distingue?

Il progetto è nato grazie a Paolo e Nanni Angeli che hanno pensato a questa formazione inedita.

Ho accettato con entusiasmo, avevo già visto Caterina col suo progetto solista qualche anno fa, in un festival toscano, e mi era piaciuta tantissimo.

Ci legano diverse cose: l’improvvisazione, l’unione del suono con le arti visive, lo strumento a corde, l’uso di effetti e loop station.

Cosa ci distingue? Chissà, ce lo chiederemo quando ci vedremo a Palau!

Foto di Riccardo Ruspi

Abbiamo cercato di resistere il più possibile, ma giunti alla conclusione è inevitabile: parlaci un po’ del theremin, di questo strumento che non si tocca – forse l’unico al mondo –, di OoopopoiooO e del set che porterai a Isole che Parlano.

Il theremin, strumento ormai centenario, è il nonno e il bisnonno di tutti i synth. Fu inventato nel 1919 dal russo Lev Sergevic Termen.

La sua particolarità, che lo rende magico e misterioso, è che si suona senza toccare apparentemente niente. Funziona infatti con due campi elettromagnetici, invisibili all’occhio umano.

Con Vincenzo Vasi, ovvero l’altra metà di OoopopoiooO, duo attivo da quasi dieci anni, ci siamo conosciuti proprio grazie a questo strumento. Nei nostri live però, oltre ai due theremin, abbiamo un tavolone apparecchiato con tastierine, minisynth, giocattoli; tra le nostre mani ogni tanto appaiono basso elettrico e violino elettrico; ai nostri piedi due loop station ed effetti vari; in aria due microfoni in cui cantiamo, parliamo, ridiamo, a volte urliamo.

Sempre da un’idea di Paolo e Nanni, a Isole che Parlano porteremo una formazione allargata, con Giorgio Pacorig al piano Rhodes e al synth e Filippo Sala alla batteria e percussioni.

Ci saranno meno loop e più musica suonata.

Riproporremo dei vecchi nostri brani riarrangiati, pezzi inediti, improvviseremo e saremo felici di essere lì.