Inkarakua Live @Sporting Club, San Gavino Monreale 2001

Marco Cherchi Retromania

C’è stato un periodo in Sardegna, a ridosso dei duemila, in cui si suonava davvero dappertutto. Poteva accadere che in Medio Campidano, ad esempio, e più precisamente a San Gavino, si suonasse con la continuità delle grandi programmazioni metropolitane a distanza di poche centinaia di metri e di pochi giorni, che fosse estate o pieno inverno. Gli Inkarakua erano tra quei gruppi che sembravano sempre in attesa di una telefonata (non c’era internet) per coprire una serata e salire su un palco. Ricordo un loro concerto nel 2001 allo Sporting Club di San Gavino, nel retro, all’aperto, sotto una pioggia battente di fine autunno o inizio inverno, con zeppe di fango sotto i piedi e macchine impantanate all’ingresso. Si pogava tra pozzanghere e fango, disinibiti anche grazie ai bagordi alcolici per combattere freddo e attesa e soprattutto – in gergo calcistico – grazie al “fattore campo”. 

Concerto della solita cattiveria inaudita di una delle band culto del metal sardo, con un Cristian Nocco che nonostante le temperature tutt’altro che confortevoli non disdegno’ di esibire il pezzo forte della casa mettendosi a nudo per mostrare la costellazione di piercings che scintillava lungo tutto il torso.

Capitava poi di rincontrarli gli Inkarakua, sul palco del Fibra Ottica magari, poche settimane dopo, o sui palchi meno comuni di qualche festa paesana o, un po’ più in fondo, come presenza fissa allo SkatePark di Quartucciu. Erano gli anni del crossover più schizofrenico e gli Inkarakua li hanno cavalcati a dovere, dando tanto alla scena sarda (e non solo) senza risparmiarsi e senza cedere mai di un centimetro, fino al triste epilogo che ha reso quella presenza quasi ubiqua un immortale ricordo. E oggi, che sì si suona, ma in un mondo diventato necessariamente più grande a discapito di certi luoghi di provincia, si sente tutto il vuoto lasciato da un progetto rimasto prematuramente incompiuto seppur seminale oltremisura; ma soprattutto di quell’epoca e di quei palchi, a volte grandi a volte arrangiati nel retro di qualcosa, in mezzo alle pozze di fango, indelebilmente cuciti addosso al ricordo di una band che ha fatto – ed è stata – scena.