Here I Stay

Federico Murzi Retromania

Maggio 2022: Carlo Bordone scrive su Rumore un bell’editoriale circa la vera o presunta normalità del ritorno alla musica dal vivo. In effetti, dopo un 2020 da dimenticare, la stagione dei live e dei festival sembrerebbe essere ripartita a pieno regime. Lo Here I Stay ha riaperto le porte con un live degno di nota: il 28 Maggio nel parco del Museo Nivola a Orani si sono esibiti Nairobi, Rizoma e direttamente da Louisville i June of 44, numi tutelari del post-rock ‘90s a stelle e strisce. Alla selezione vinilica Macaco & Funko Franco. I prodi Luca, Marco e Jasmine di Sa Scena hanno anche intercettato Jeff Mueller e Doug Scharin nel backstage per un’intervista. Insomma: tutto molto bello. 

La storia di Here I Stay comincia nel 2006 con un’associazione culturale che è anche un’etichetta discografica e che per cinque anni produce album di gente come Vanvera, Trees of Mint e Plasma Expander (giusto per citarne tre). Già da questi nomi si intuisce quale sia la realtà culturale di riferimento di Mattia Mulas e soci. Fin dalle prime edizioni Here I Stay ha guardato alle realtà musicali più stimolanti di tutto ciò che non è mainstream, né in Sardegna, né in Italia, né a livello internazionale. Underground coniugato con un parterre artistico molto ampio: da Paolo Angeli ai C+C=MAXIGROSS, da A Place to bury strangers alla Fuzz Orchestra. Il tutto puntualmente accompagnato da dj set, esposizioni artistiche, cibo buono e bicchieri riutilizzabili («prima che diventassero di moda», ci tengono a puntualizzare). Per Here I Stay La condivisione dell’esperienza musicale – il cosa – non può viaggiare disgiunta dal luogo – il dove. Le location scelte sono sempre state antagoniste rispetto a quello che gli stessi organizzatori chiamano clamore turistico: citiamo il Parco di S. Lucia a Monastir o le Terme Romane di Fordongianus come esempi particolarmente significativi. Testo e contesto, verrebbe da dire.

Questo video è della prima edizione: siamo allo Sleepwalkers club di Guspini, storica sede degli anni iniziali del festival. Loro sono i Let’s get lost, le immagini sono in bianco e nero e sanno di sudore, di chitarre splendidamente maltrattate, di ampli tirati a chiodo e di gente accalcata. Here I Stay, in sintesi.