Il ritorno di Here I Stay del 27 dicembre 2025 scorso negli ormai noti capannoni di Campidarte a Ussana è stato un successo. Dopo la comunicazione estiva che lamentava un mancato accordo con le autorità locali per l’organizzazione della classica tre giorni in quel di Orani, le organizzatrici e gli organizzatori del festival isolàno – com’è già capitato in passato – ci hanno tenuto a non lasciare sostenitrici e sostenitori a bocca asciutta.
La line-up è autoeloquente. La conclusione della serata è stata affidata alla formazione franco-algerina degli Acid Arab, preceduti da TVS, dagli Alpaca da Mantova e dai nostrani F⊖RMS – autori di una straordinaria performance – e i grintosi Post Coital Tristesse. Il tutto introdotto e inframezzato da DJ come Trasimeno,Jimmy Jaguar,Venus Beast,Yallah ePuta Caso.
I frequentatori dei festival, e soprattutto di quelli della scena indipendente, sanno bene che l’atmosfera delle serate non è data solo dalla musica e dalla capacità dell’artista di comunicare la propria arte, ma anche dalla tipologia di pubblico, dalle inclinazioni soggettive e dalle circostanze esterne, ambientali e temporali. E non ci si vuole riferire, nel nostro caso, solamente alla location di Campidarte, ormai teatro di sperimentazioni culturali e artistiche e virtuoso esempio di risignificazione di uno spazio precedentemente adibito al lavoro agricolo e all’allevamento. A caratterizzare in maniera peculiare le vibrazioni della Winter Edition di Here I Stay è stato certamente l’essere diventato il terreno d’incontro tra chi ha deciso o è stato costretto a emigrare e chi invece continua ad abitare, lavorare o studiare nella nostra isola.
La Sardegna è infatti terra soprattutto di emigrazione. Il mare che circonda l’isola non possiede la stessa natura di quello che Hegel ha descritto come il fondamento dell’industria e quindi della vita moderna. Non è caratterizzato infatti dalla fluidità che permette l’intreccio e lo scambio di beni, culture e lingue diversi. Il popolo sardo utilizza perlopiù l’elemento marittimo per disperdersi nel marasma del mondo.
Uno dei grandi meriti di festival come Here I Stay, che dal 2006 è protagonista della scena musicale indipendente e alternativa sarda, consiste nell’essere esso stesso un luogo fisico e spirituale di incontro tra culture e lingue diverse unite dal linguaggio comune della musica. Nel caso della Sardegna questo ponte è anche l’elemento di connessione di una cultura – quella sarda – con se stessa. Un incontro, certo, di amicizie divise dalla distanza ma anche uno scambio di esperienze e racconti.
Quindi i festival – che pure vivono da noi un’acuta crisi – sono un momento importante nella costruzione della coscienza delle sarde e dei sardi. Sono un motore simbolico che contribuisce a costruire un immaginario e una visione dell’isola dinamica e vitale, che impedisce la mortifera passività e apatia che affaccia sull’abisso della depressione.
L’apertura del festival è stata affidata ai tre Dj Trasimeno, Jimmy Jaguar. Grazie alle note elettroniche e distensive, accompagnate dal profumo del cibo cucinato con prodotti localissimi, e grazie all’ormai nota professionalità di lavoratrici e lavoratori di Campidarte, il locale ha cominciato lentamente a riempirsi e il pubblico a riscaldarsi.
La prima performance di TVS ha saputo gettare un ponte tra i live set elettronici e quelli analogici. E non a caso, se si considera che Virginia Salis ha una formazione musicale classica e, con grande abilità, riesce a combinare suoni strumentali, vocali e digitali.
Così, presi bene dalla serata ormai avviata, a rompere ogni indugio ci hanno pensato i sassaresi Post Coital Tristesse. Formazione giovane e grintosa che ha giocato un ruolo fondamentale – almeno per chi scrive – nell’incedere dei concerti. Hanno infatti rotto l’atmosfera luccicante e ovattata data dall’elettronica e dai primi bicchieri attraverso una forte scarica di energia punk e noise. Degna di nota l’esibizione di I Don’t Swim e Scratch My Back, i due brani che rispettivamente aprono e chiudono l’EP pubblicato nel 2025.
Da quel momento in poi tutto ha assunto un andamento più disordinato. La fame, la sete e le chiacchiere hanno preso il sopravvento, ma il ritmo del festival, che saggiamente alternava su due palchi prima una band e poi un o una DJ, ha accompagnato e lentamente prevalso.
A imprimere un salto di qualità all’atmosfera ovattata degli inizi sono stati i F⊖RMS. Dotati di una maturità artistica e musicale degna di nota, i ritmi disegnati dai continui rimandi tra la batteria, il basso e la chitarra dei componenti Massimo Trogu, Riccardo Perria, Marcello Pisanu e Stefano Lo Piccolo, generano un’esperienza spazio-temporale più distesa e capace di portare chiarezza rispetto all’entusiasmo iniziale. Sarà la ripetitività, la pulizia del suono o la cinematica delle sonorità post-rock, ma il passaggio della band sul palco è come se segnasse una sorta di svolta, quasi un rito purificatore.
Dopo l’intermezzo elettronico si ritorna al suono distorto, psych-punk della formazione a quattro degli A/lpaca. La serata si sviluppa secondo una forma a spirale e la loro performance pare essere il perfetto termine medio tra ciò che è venuto prima e ciò che verrà. Pur producendo delle scie sonore lunghe e rette da ammalianti ripetizioni di bridge che si allungano indefinitamente, interviene sempre una rottura punk che movimenta il ritmo. Dopo essere stati trasportati verso mondi altri e lontani dai F⊖RMS, la formazione mantovana ci riconduce al presente. Non più a quello vuoto e alienante, bensì a uno pieno e denso di pieghe dove si nascondono infinite possibilità di mutamento.
Così la transizione verso gli Acid Arab assume una forma quasi dialettica. Potrebbe sembrare un semplice ritorno alle origini elettroniche della serata, tuttavia il duo franco-algerino conserva e supera allo stesso tempo gli elementi punk e post-rock dei gruppi precedenti. Anticipato dal dj-set di Puta Caso, il presente prende ancora una volta il sopravvento ma ormai le altre due dimensioni temporali sembrano incastonarsi perfettamente in esso. Il passato e il futuro esistono, rispettivamente, come serbatoio di storia e cultura e come progetto. Si entra infatti in un mondo notturno, fatto di intrecci sonori, puzza di fumo, profumi e punti di vista diversi che si incontrano. Come nella Parigi dove gli Acid Arab si sono formati e come il mare nella visione hegeliana, anche la musica elettronica dei due artisti assume una fluidità tale che permette di coniugare suoni e atmosfere tradizionali arabe con quelle elettroniche contemporanee. Il risultato non è un postmoderno melting pot, bensì un prodotto dinamico nel quale si sente fortemente la ricerca di un’identità nuova.
Here I Stay è, come ogni anno, una grande boccata d’aria fresca. Una ventata di entusiasmo che innerva la vita culturale dell’isola e che permette di accumulare ricordi, incontrare nuove e belle persone e vivere momenti di vera disconnessione. La socialità però non è solamente lo spazio della spensieratezza, ma è fatta di donne e uomini che, spesso accanto all’esercizio di altre professioni, svolgono un duro lavoro. La scena sarda non è solamente la delimitazione geografica di un ambito di produzione e fruizione di un prodotto culturale come la musica. È anche l’articolazione concreta della scena stessa, la sua funzione culturale e il suo pubblico che, con una critica realistica, decide se partecipare o meno alle attività proposte dai vari festival. Poiché Here I Stay e più in generale l’ambiente raccontato su Sa Scena ha la caratteristica di essere indipendente e alternativo, cioè a dire esterno ai grandi circuiti di produzione e distribuzione dell’industria musicale ma tuttavia a esso subalterno, occorre forse che si doti di canali di dialogo e comunicazione capaci di generare un salto di qualità organizzativo alla scena stessa.
Non è certamente un festival a poter determinare le sorti politico-economiche di un popolo o di una terra, ma altrettanto certamente è un luogo in cui si forma l’immaginazione collettiva. La quale è il preludio o un’emersione ancora priva di effetti concreti della volontà collettiva. Da queste seppur sparse e insufficienti osservazioni emerge l’importanza del lavoro culturale. L’auspicio è che questo non venga lasciato al caso, ma sia gestito e organizzato in maniera lucida, consapevole e libera.





