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“Guarda che bella luna!”

Sulky Rock, 29 agosto 2026

16 Settembre 2026
Purple Drip

Sulky era il più antico inserimento della Sardegna e, sotto Cesare, fu la città più fiorente dell’isola insieme a Cagliari. Della sua gloria passata sono rimaste solo le tracce della necropoli, del villaggio e dell’arena che si trovano nell’abitato di Sant’Antioco. La storia del Sulcis e in generale della Sardegna, a partire dai primi insediamenti protonuragici, è un susseguirsi di civiltà e tra sincretismi e cambi al vertice nella catena gerarchica si è arrivati agli stadi attuali. L’arena è stata battezzata fenicia, in seguito punica e poi romana. Di essa si sono parzialmente perse le tracce fino al 1984, anno in cui gli archeologi hanno iniziato una fase di restauro e di ripristino dei luoghi. Al netto di tutto ciò, già durante la prima data del Sulky Rock del 18 agosto ho riflettuto come sia onestamente affascinante assistere a spettacoli in luoghi che millenni  prima (o comunque decine di secoli, non si ha la certezza) erano deputati alla stessa finalità.

 Nell’agosto del 2026, durante il primo appuntamento del festival, ho visto Mogwai, sciamani elettrici intenti a dipingere scenografie per film immaginari, e Cal Francis dei Ditz ricordarci di quanto sia vitale l’interazione tra band e pubblico, salendo su un’impalcatura al pari di Al Bano ed Eddie Vedder. Verosimilmente nel 1026 a.C. il pubblico assisteva comunque a spettacoli di varia natura, ma il cui cuore resta la necessità di intrattenere e di produrre qualcosa che sia espressione umana e culturale. Se volessi fare un immediato confronto tra le due serate, direi che la prima aveva una vocazione nettamente più internazionale e con una spiccata propensione all’happening. La seconda giornata, invece, assomigliava a una reunion: il mood era quello di chi tornava a distanza di anni rispetto all’exploit, con Sikitiks, Tre Allegri Ragazzi Morti e The Kooks che alle spalle hanno una lunga carriera. 

Riflesso

Insieme ai grandi vecchi, però erano presenti anche degli esordienti quasi assoluti nei grandi eventi: gli olbiesi Purple Drip hanno portato sul palco un’estetica ricercata unita ad un heavy rock luciferino e figlio degli anni ‘70, soddisfacendo il compito mai semplice di rompere il ghiaccio. I cagliaritani Riflesso sono rimasti fedeli alla propria linea artistica, nel solco di una proposta hardcore, melodica e veloce, in cui sputare il proprio veleno e resistere al mondo crudele che ci circonda. 

Sikitikis

I Sikitikis festeggiavano i 21 anni dall’esordio discografico Fuga dal Deserto del Tiki, pubblicato per CasaSonica. Sono cambiati rispetto agli esordi (in cui non c’erano le chitarre, oggi parte integrante del progetto), ma l’attitudine sul palco e l’intensità delle esibizioni sono rimaste identiche. Evidentemente ad Alessandro Diablo Spedicati l’aria della campagna fa bene e i risultati dietro al microfono e davanti al pubblico si vedono. Sono pronti per un nuovo capitolo discografico. I tre Allegri ragazzi morti sono ormai di casa in Sardegna ( a questo giro erano in formazione a quattro) e hanno ripercorso tutta la carriera con brani storici: dal country punk di Signorina Prima Volta, alla frenesia di Mio fratellino ha scoperto il rock n roll, l’anarco-folk sghembo di Ogni Adolescenza, la ruvidità de la ballata delle ossa e i pezzi surf e reggae. Spazio anche alla cumbia di In questa grande città, con una digressione (o trasgressione, visti i tempi che viviamo) in una Bella Ciao dilatata. 

Tre allegri ragazzi morti

I The Kooks, per la prima volta sui nostri lidi, sono stati una sorpresa importante. Arrivavano con l’aura di nobiltà decaduta, nel senso che erano un po’ spariti dai radar rispetto al 2006 in cui avevano polverizzato le classifiche con un ottimo Inside in/Inside Out ed erano stati tra i nomi caldi della prima wave anni ‘00 di revival indie post-punk. In realtà il live della band di Brighton è stato di alto livello, per freschezza e personalità. Se volessi far capire a uno sconosciuto come suoni inglese qualcuno gli farei ascoltare i The Kooks: prendete la british invasion dei ‘60, metteteci sopra gli Arctic Monkeys dei primi due dischi, adagiatela su un letto di indie di inizio millennio e spolverateci sopra surf, brit pop e psichedelia. Otterrete questi ragazzi che sembravano universitari fuori corso in vacanza a Ibiza, capitanati dal cantante Luke Pritchard, che regolarmente durante l’esibizione si lanciava in frasi in italiano come “guarda che bella luna” e altri falsi miti linguistici da rimorchio. 

The Kooks

In una serata torrida, sintetizzata da un eccellente Luke Pritchard con un italianissimo “FA CALDO, DIO CAN”, il Sulky si conferma come un festival in crescita costante. Le due serate hanno mantenuto alcune coordinate che contraddistinguono in generale l’operato di Fabio e Bobo, le menti dietro la sapiente macchina che risponde al nome di Made Island Sound. In entrambi i casi è stato dato abbondante spazio ad act locali, diversi tra loro e di qualità come Gentilesky, Ilienses, Purple Drip e Riflesso. Sulle nostre pagine ne abbiamo parlato e la scelta di inserirli in cartellone non ci stupisce. Altrettanto meritevole di riconoscimento è la logistica nel posizionamento di area food & beverage e servizi igienici: un’ abbondanza di bagni chimici che ci si aspetterebbe a una venue con decine di migliaia di spettatori. Ogni bagno era dotato di acqua, sapone, carta igienica e luce, meglio di molti bagni indoor della movida cagliaritana. Possiamo discutere di decibel, di volumi troppo bassi che stanno diventando la regola, grazie anche ai comitati no rumore. ma non possiamo disconoscere il livello qualitativo della resa sonora: a differenza di altri concerti, si distinguevano tutti gli strumenti, non c’erano tagli allo spettro e il suono era pieno e pulito. Hat tip per i fonici.