

Di Luca Garau
Può una chitarra far tirare un sospiro di sollievo? Decisamente sì! Quell’accordo minore, in apertura, il tremolo profondo, beh, sono riusciti nell’intento. Sono passati 13 anni da A Wish Upon A Scar e di acqua sotto i ponti ne è passata, ma già al primo ascolto l’effetto è quello di ritrovare le cose al loro posto.
Perché con Gloom Age Plumage, Vanvera, assieme ai suoi Golden Birdies, pare proprio ritornare alla sua Itaca. Come da titolo, i gattini spaventati del disco precedente lasciano spazio alle tonalità belle tenebrose e alle sonorità più villane che tanto si sono fatte apprezzare in passato.
Ovviamente gli anni sono passati, le esperienze e le attitudini si sentono tutte, ma ben vengano i synth e la drum machine se, come in questo caso, ben bilanciate con corde e pelli di fattura antropica.
La geniale spavalderia del Vanvera delle origini, il songwriting mai banale e la sua voce evocativa sono riconoscibili in Gold Digger e nella ispiratissima They Crucified my Lord. Ma la track list offre incursioni in territori apparentemente inusuali che, nell’amalgama, si scoprono ben riuscite. Ed ecco Alien Song, synth ballad che ricorda i migliori Tears for Fears, o la stupenda Animals on the Run, che in un climax generale giunge in chiusura e, in particolare per l’incedere del cantato, sembra rendere omaggio a Byrne e ai Talking Heads.
Le atmosfere profonde e “cave” proprie del bagaglio di Mauro, la voce di Roberta che smussa quanto necessario le spigolosità e l’uso mitteleuropeo dei synth costituiscono gli elementi della trama su cui è ordita la fitta coltre di cupezza di questa dannata gloom age. Ed è grazie a questa uniformità semantica, che, al netto dei singoli pezzi che lo compongono, il disco riesce a essere egregiamente omogeneo.
