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Gentilesky
Dream
15 Aprile 2026

«È il 2026 e il mondo sta arrivando alla fine che si merita. In un mondo post-mondo, la colonna sonora dovrebbe essere post-qualsiasi-cazzo-sia, e deve sfrecciare alla velocità della luce attraverso strati su strati di rumore e tensione». I Gentilesky descrivono così il paesaggio apocalittico, ma dannatamente attuale, che ha segnato in profondità la realizzazione del loro secondo album, intitolato Dream, uscito a inizio aprile per la label Slovenly Recordings

Ma cosa sono i Gentilesky? Per chi non li conoscesse, si potrebbero definire come una sorta di polittico multiculturale di ispirazioni, che abbraccia pittura (ripassare la storia e l’arte di Artemisia Gentileschi è un dovere), arti visive, luoghi distanti come Sardegna e Turchia, completando il tutto con l’esperienza musicale dei membri che compongono la band. Claudio, Simone, Andrea e Yaprak (autrice peraltro dell’artwork) danno seguito a un discorso iniziato col precedente Ways of seeingmantenendo le intenzioni punk e la “cazzimma” dell’esordio, ma ampliando il bouquet dei suoni e delle idee compositive.

Registrato da Piff (Frizzer Studio) allo Smoking Fridge Studios di Cagliari e masterizzato da Nene Baratto a Berlino, Dream rappresenta un salto di qualità per il gruppo cagliaritano, tanto nella registrazione in sé quanto nell’architettura delle canzoni. La sezione ritmica ha il suono rotondo di una biglia metallica, strilli telecasterosi oltrepassano il breakup dell’amplificatore, donando al risultato finale quel punch e quella saturazione che ben si apprezzano nelle esibizioni live della band. Non è solo il sound generale a convincere: la scrittura dei brani è estremamente dinamica e riprende i concetti espressi nel primo disco, espandendoli. Su tutto spicca il canto ieratico di Yaprak, che pare quasi declamare verità inattaccabili dalla vetta di un alto monte. La conclusiva Why è un esempio perfetto di tutto ciò: la band esplora tutta la tavolozza sonora a sua disposizione passando da momenti clean a suoni anche molto sporchi e riverberati, costruendo un sapiente sistema di pieni e di vuoti che conferisce una struttura assolutamente non scontata al crescendo che caratterizza il brano.

Se dovessimo stilare una bibliografia di questo disco le reference sarebbero da ricercare fra i vinili dei Television e dei Talking Heads, nel post rock più attuale e nelle produzioni dei vecchi Arctic Monkeys, nelle epoche in cui Alex Turner non aveva ancora iniziato a giocare a fare il crooner.

Dream ci consegna il ritratto di una band nel pieno delle sue possibilità artistiche, che fa dell’attualità una fionda puntata all’ascoltatore, mostrandosi per quello che è, cioè quattro persone che fanno rock nel senso più puro del termine, azzerando le distanze col pubblico come atto di resistenza nei confronti della contemporaneità distopica che stiamo vivendo oggi.