

Di Claudio Loi
L’abbraccio galattico tra Stefano Guzzetti e Ian Masters ha finalmente trovato il modo di arrivare fino a noi con un album che riassume una collaborazione iniziata tanti anni fa, più o meno dai tempi di Waves on Canvas, uno dei tanti progetti di Guzzetti datato 2012. Fu quella lontana avventura una sorta di biglietto da visita con il quale Guzzetti lasciava trasparire le sue tante passioni e la capacità di poter dialogare con artisti importanti e sparsi per il mondo come Pieter Nooten e, appunto, Ian Masters. Quest’ultimo è forse da noi poco frequentato, ma la sua storia è tanto ricca quanto difficile da incasellare e forse il nome che ricordiamo meglio è quello dei Pale Saints, formazione di Leeds risalente al 1987 che ha pubblicato una manciata di album che in qualche modo hanno rappresentato il passaggio tra il post punk e il primo shoegaze. Loro facevano parte della grande famiglia 4AD che per Guzzetti è sempre stato un luogo magico, un forziere di idee e suggestioni a cui ha sempre fatto riferimento. E la proficua collaborazione con Chris Bigg, il loro grafico di riferimento, e adesso con Ian Masters appare come la realizzazione di un sogno, la conferma che nulla è scontato e impossibile.
Happy Collapse ha avuto una lunga gestazione, oltre cinque anni di incontri, ripensamenti, ritocchi. Un lavoro che è maturato nel tempo, quello necessario per portare a compimento un’opera complessa e matura, lontana dalla frenesia dei nostri giorni, quasi fuori dal tempo e anacronistica, oltre le mode e gli schemi, fuori catalogo per sua natura. Quasi un miracolo che commuove ed emoziona oltre misura, una sfida al consumo facile e compulsivo e un chiaro invito a trattenere il respiro e fermarsi ad osservare il paesaggio e gustare ogni singolo fremito, ogni minima variazione. Succede di rado ma quando succede è giusto riconoscere la caparbia volontà di resistere e la ferrea disciplina (Fripp docet) nel controllo delle proprie azioni.
Happy Collapse rimane un oggetto di instabile rappresentazione, difficile da inquadrare, sfuggente e quasi impalpabile che riporta a una forma canzone che potremmo definire come post folk o qualcosa del genere. La voce di Ian Masters è solenne e fragile allo stesso tempo, un soffio di vita che arriva da lontane esperienze, che ci trasporta verso un universo sospeso tra vari livelli: folate di folk inglese, rimandi ad artisti poco allineati come Peter Blegvad e in alcuni momenti al Peter Hammill più malinconico, ma ovviamente la grande scuola della 4AD dove il tempo sembra sia solo un’ipotesi e la storia un’esperienza da riscrivere ogni volta. In tal senso il corpus sonoro dei Dead Can Dance sembra la più probabile delle parentele possibili.
Uno scenario che include emozioni di matrice british, fascinazioni giapponesi (la nuova patria di Masters), e la sensibilità di Guzzetti a sua volta sospesa tra Europa, mediterraneo e tante altre infatuazioni. Guzzetti è stato bravo nel riuscire a gestire tutte queste variabili, farle convivere, arrivare ad un risultato finale coerente e omogeneo grazie a un grande lavoro di arrangiamento, di miscela dei suoni, di sintesi.
In questo progetto Guzzetti è impegnato con diverse tastiere, synth di varia provenienza, ma anche chitarra, basso e gli arrangiamenti degli archi. Ian Masters ha messo a disposizione la sua voce e qualche intervento con l’ukulele e tastiere. A dare una mano troviamo Yoichi Tanaka alla tromba e la batteria di Valentino Murru, vecchio compagno dai tempi degli Antennah.
Il disco è disponibile in digitale e persino in vinile ma la prima tiratura di 100 copie si è dileguata in breve tempo a testimonianza di un progetto che era tanto atteso. Le note di copertina ci dicono che il disco è stato registrato tra Osaka e Selargius che a quanto pare non sono così distanti.