

Se non tutto giusto, quasi niente sbagliato. L’edizione di quest’anno di Sulky Rock è destinata a entrare negli annali dei grandi live in Sardegna. Lo confermano decine di commenti sui social lasciati da chi era tra i 2579 fortunati spettatori, lo dicono gli organizzatori, lo dicono le persone mentre defluiscono dalla magnifica Arena Fenicia di Sant’Antioco a fine spettacolo, lo dicono i commercianti e gli albergatori della città che hanno fatto il pienone. Come se non bastasse, lo dicono in qualche modo gli stessi Franz Ferdinand, il “nome grosso” in cartellone che, di fronte a quel pubblico sicuramente minuto rispetto ai concertoni a cui è abituata la band attiva da quasi venticinque anni, hanno regalato una performance piena, solida, coinvolgente e senza sconti. D’altronde è difficile pensare che potesse starci anche solo una persona in più sul prato dell’Arena Fenicia, brutalmente calpestato fin dall’apertura dei cancelli. Una piccola marea di teste e braccia al cielo che ha premiato la scelta del quintetto scozzese di venire a portare il proprio show nel profondo Sulcis. La fila che ha iniziato a formarsi nell’unico ingresso dell’arena fin da prima delle 18 ci dice qualcosa anche della qualità del pubblico, che non si è presentato all’ultimo solo per sentire gli headliner come talvolta accade, bensì ha iniziato a raccogliersi sotto il palco fin dall’apertura con l’hardcore dei Regrowth (quintetto cagliaritano «e per un quinto di Sant’Antioco» come hanno tenuto a precisare dal palco) a cui è spettato il mai banale compito di rompere il ghiaccio. Come detto, quasi niente sbagliato: dalla scelta degli artisti all’organizzazione generale – come vedremo, la nota dolente sono state le lunghissime file per mangiare e bere – passando per i volumi finalmente generosi (Comune di Cagliari lo vedete che si può fare?) e concludendo con il banchetto dell’Associazione Sardegna Palestina posizionato proprio affianco alla tenda del merchandising, che ogni momento è buono per chiedere che si fermi il genocidio dei palestinesi. Ma andiamo con ordine.
Il regalo di Natale
L’annuncio che i Franz Ferdinand si sarebbero esibiti in Sardegna è arrivato a febbraio. Entro una manciata d’ore la voce ha girato tra chiunque abbia una passione minima per la musica. Non si è parlato d’altro per giorni. Che Sulky Rock fosse in grado di portare un nome simile ha stupito, ma non ha lasciato increduli. Già la prima edizione, nel 2024, aveva come headline i Wolfmother – la band hard rock australiana che annovera hit di successo globale come Joker and the thief e Mother. Un messaggio chiaro da parte dell’organizzazione targata Mis Factory, come a dire «facciamo sul serio».
Un pattern sembra delinearsi: come i Wolfmother, anche i Franz Ferdinand sono una band di un altro tempo e che ha comunque raggiunto la fase discendente di una carriera brillante. Secondo quanto appreso da Sa Scena, Mis Factory si è assicurata la presenza del quintetto scozzese a Natale. Ultimo disco pubblicato dalla band a quel punto era il trascurabile Always Descending del 2018 – sette anni prima. Tutt’ora il disco più famoso e di successo dei Wolfmother rimane l’album di debutto del 2006.
Certamente tra le due band ce ne passa, ma poco toglie all’impressione di fondo, ovvero che Sulky Rock possa regalare band grandi e internazionali ma non sulla cresta dell’onda. E fin qui tutto torna.
Tuttavia, nemmeno il tempo di aspettare che si asciugasse l’inchiostro delle firme sul contratto che avrebbe portato Alex Kapranos e soci a vedere le tonnare, che questi se ne escono a gennaio con The human fear, un disco di successo immediato e da cima delle classifiche, i cui brani totalizzano milioni di ascolti in poche settimane. È il disco di Build it up, Hooked, Audacious, che riporta la formazione a Glastonbury lo scorso maggio, per la prima volta dopo dieci anni. E oggi all’Arena Fenicia, dove hanno suonato i nuovi brani insieme ai classici Walk away, Take me out, Do you want to. Nemmeno un pezzo di Always descending è entrato nella scaletta del concerto.
Il live
Come detto, ai Regrowth è spettato il set di apertura. La band non si è certo limitata a rompere il ghiaccio, piuttosto frantumandolo, distruggendolo e distillandolo in un eccesso di rabbia lucida, cantato growl e melodie incalzanti. La formazione capitanata da Marco Camarda sta sul palco senza risparmiare fiato e sudore e persino i più anziani nel pubblico sembravano venire trascinati dall’esibizione, dopo un iniziale disorientamento.
Fin dal primo cambio palco è saltata agli occhi la velocità con cui i tecnici armeggiavano per il set successivo. Come in ristorante, aspettare troppo tra una portata e l’altra può guastare l’appetito e gli organizzatori sembrano aver dedicato particolare cura a questo aspetto.
Così è stato il turno dei King Howl che, dritti come lance, hanno inanellato una canzone dietro l’altra con una professionalità e dedizione al pubblico che non stupiscono chi li conosce. Sempre Mis li aveva scelti anche il mese prima per Rock’n Bol, prima di Giancane e Teatro degli orrori. Come sempre i King Howl sono stati all’altezza, dimostrando la solida affidabilità di un gruppo che prende il proprio divertimento e quello del pubblico terribilmente sul serio.
Il terzo set è stato una scoperta per molti nel pubblico: Wrongonyou, al secolo Marco Zitelli, è un chitarrista formidabile e costruttore di teatri sonori melodici e con influenze blues ed elettroniche. Il grottaferratese (sotto etichetta con Carosello Records) non è certo nuovo sulla scena musicale e anche chi non dovesse conoscerlo direttamente, non avrà problemi a trovare familiari brani come Killers e Lezioni di volo, quest’ultimo riconosciuto con il premio della critica Mia Martini a Sanremo 2021.
I suoi toni più calmi rispetto alle due band che lo hanno preceduto sono stati un piacevole cambio di ritmo che conferma la vocazione di Sulky Rock nel costruire set che alternano ogni tipo di genere creando vuoti d’aria aereoplanici i quali non possono che ancorare lo spettatore allo show e alle sue tensioni altalenanti.
Note dolenti e progetti per il futuro
Chiunque frequenti i festival, all’ingresso in una venue, fa tre cose: individuare il posto migliore, trovare il chiosco delle birre, individuare la coda per il cibo. Già entrando nell’Arena Fenicia era chiaro che qualcosa non avrebbe funzionato. Palco e posizione ottimi, con un gradevole prato erboso leggermente in salita allontanandosi dal palco, d’aiuto per gli spettatori sotto il metro e ottanta. Almeno per i primi set hanno fatto gioco anche speroni, rocce e vestigia dell’antico teatro, comodissimi per sedersi e appoggiare birrette.
In fondo, alle spalle del pubblico, i chioschi, evidentemente non sufficienti per servire tutti senza fare file spropositate. Il momento è arrivato tra i King Howl e Wrongonyou, quando hanno iniziato a formarsi le file più lunghe, probabilmente per chi temeva di perdersi i due nomi più grossi in cartellone: i Franz Ferdinand e gli attesissimi The Molotovs. Questo potrebbe aver penalizzato in particolare il chitarrista laziale, che si è dovuto dividere il pubblico con quanti cercavano di accaparrarsi un trancio di pizza o un cono misto fritto di Portas, un’Ichnusa fresca spillata da Italo’s Burger o le crepes chez Victor.
«Un maggior numero di stand per cibo e bevande avrebbe significato togliere posti per il pubblico e ostruire almeno in parte le vie di fuga disponibili, che sono rigidamente normate» spiega a Sa Scena Fabio Carta, che con Alberto Bobo Murru ha dato vita a Mis Factory. «Sicuramente cercheremo di far crescere il festival, grazie anche al sostegno del Comune di Sant’Antioco che fin dall’inizio di quest’avventura ha dimostrato di credere in noi e nel valore dell’iniziativa per il territorio», chiosa il promoter. «Puntiamo a una due giorni e per questo speriamo dall’anno prossimo di poter disporre di ulteriori vie di sicurezza. Siamo certi che si troverà il modo di risolvere questi piccoli problemi».
Altro dettaglio da mettere agli atti è il poco di confusione che si è creata per l’ingresso dei disabili. Con la consueta attenzione che caratterizza tutti gli eventi di Mis Factory, erano disponibili postazioni abbondanti e ingressi dedicati, senza dimenticare il diritto a un biglietto gratuito per tutti gli accompagnatori. Non tutte queste informazioni sono però arrivate al pubblico secondo quanto rilevato da Sa Scena, avendo noi stessi ricevuto alcune richieste d’aiuto. Certo non aiuta il confusionario sito di Boxoffice Sardegna che, con il suo aspetto rievocativo delle pagine web dei primi Duemila, non rende onore all’eccellente lavoro che svolge sul territorio l’agenzia di bigliettazione. Nel dubbio, mandate sempre un’email a loro, che sono gentilissimi e veloci nel rispondere fornendo informazioni e mettendo l’utente in contatto con chi di dovere.
Molotovs e Franz Ferdinand
Con 17 anni lui, 18 anni lei, i Molotovs entrano a pieno diritto nel novero dei bimbi prodigio. I due fratelli Mathew e Issey Cartlidge hanno iniziato a suonare insieme durante il periodo di restrizioni per il Covid-19; una volta in libertà hanno fatto una scalata d’un fiato dalle strade di Londra, dove suonavano come buskers, fino al successo nazionale nel Regno Unito e a una tournée con i Sex Pistols. Sul palco di Sant’Antioco ci sono presenza scenica, suoni durissimi e grezzi – che spaziano tra brit pop, garage rock e punk rock – e profonda consapevolezza del palco e del pubblico.
Non sembrano affatto due teenager, accompagnati alla batteria dalle cavalcate di un altro giovanissimo artista, Noah Ripley, e il loro lavoro di scaldare per bene il pubblico in attesa dei Franz Ferdinand è stato magistrale. D’altronde i Molotov hanno ripetuto in varie interviste che per loro il punto di tutto è suonare dal vivo, non stupisca dunque che il loro album di debutto uscirà solo a inizio del 2026. Nel frattempo chi era a Sant’Antioco l’ha potuto sentire quasi per intero dal vivo, con brani di grandissima carica e maturità compositiva come More, more, more e Today’s gonna be our day. Ben riuscita anche la cover in chiave brit rock di Suffragette city di David Bowie. Non certo per mettere parole in bocca al defunto sommo poeta, ma li avrebbe senz’altro apprezzati.
È toccato quindi ai Franz Ferdinand salire sul palco, accolti da un’ovazione assordante. Alex Kapranos (voce e chitarra), Bob Hardy (basso), Julian Corrie (tastiere e chitarra) e Audrey Tait (batteria e percussioni) non si sono risparmiati per questa data, per la quale si sono presentati con una crew di diciotto persone e un bilico lungo 19 metri per trasportare strumentazione e scenografia. Il tutto è stato montato in una mezz’oretta prima che la band salisse sul palco esordendo con The night of the matinée, Night or day, Walk away. Solo dopo i primi pezzi il gruppo è sembrato sciogliersi un po’. E con lui il pubblico, fino a costruire quell’intesa che ha reso davvero divertente lo show. Non sono mancati i momenti di interazione vera e propria, in cui Kapranos chiedeva agli spettatori di cantare con lui o di abbassarsi e rialzarsi per formare un’onda. Tutti sono stati al gioco e lui ha trovato il tempo di apprezzare apertamente le bandiere della Scozia e della Sardegna issate da qualcuno. Il giorno dopo la band ha voluto far pervenire il proprio ringraziamento agli organizzatori per l’ottima riuscita dello spettacolo.
Insomma, alla sua seconda edizione Sulky Rock ha dimostrato di poter fare un importante passo avanti nell’organizzazione e non nasconde le proprie ambizioni per il futuro, che potrebbe addirittura vedere un festival di due giorni con un focus sempre internazionale. D’altronde perché no? Anche Sant’Antioco ha avuto il suo meritato tornaconto in termini di visibilità e presenze. Quattro alberghi contattati da Sa Scena all’indomani del concerto hanno confermato di aver avuto il pienone proprio grazie al concerto. «Se avessi avuto dieci stanze in più le avrei date tutte» spiega al telefono un’operatrice turistica. E l’impressione è che tanti siano venuti all’evento anche a costo di tornare fino a Cagliari in auto, come testimonia la fila di automobili che si stagliava sullo sfondo della laguna, mentre i pescatori erano assorti nella stesura delle loro reti, proprio davanti al Muma, ostello e museo del mare, dove da giorni si aggiravano clienti contraddistinti dalle immancabili magliette dei gruppi più assortiti. Un segno inconfondibile che eravamo lì tutti per una ragione: il grande rock finalmente dietro casa.
- Tags:
- Sulky Rock/







