Synthetic Trees - Forgetfulness - Sassari - recensione - Federico Murzi - 2021 - Sa Scena - 24 marzo 2021

Forgetfulness! – Synthetic Trees

Redazione Musica, recensioni

L’attitudine dei Synthetic Trees, al secolo Alessandro Sechi, Francesco Brett e Claudio Carboni, è quella shoegaze, anzi, sardiniagaze come loro stessi si definiscono. E tuttavia, questa classificazione non è totalmente esaustiva per definire i contenuti del loro ultimo EP, Forgetfulness!, frutto di un denso lavorio artigianale fatto in casa. Il terzetto di Sassari, che dal 2012 si districa con abilità fra ritmiche serrate, armonie suadenti ed effetti funambolici, ha partorito un disco decisamente complesso e composito.

Se da un lato il singolo Life and death of a Sumo fighter esibisce con plateale perizia le chitarre liquide, disturbanti (e “angolari”, per usare un termine caro alla popular music) dei My Bloody Valentine e dei Sonic Youth, dall’altro la voce strascicata di Francesco Brett ci rimanda a Grian Chatten e a Brian McMahan. Paradigmatica in questo senso è Steht in Flammen, che non tanto nelle forme armoniche quanto nelle sue atmosfere claustrofobiche ci ricorda anche un certo gusto per i The Residents.

Il tutto è condito da una spruzzata di elettronica, che fra loop e sintetizzatori sembrerebbe rimandare alla lezione dell’Aphex Twin più “soft”, alle coordinate del krautrock e a un certo minimalismo lisergico di ottima fattura: si ascolti la voce alterata e il pattern di batteria su cui si innesta l’iniziale Untitled, o la pregevole strumentale Low, forte di una sapiente alternanza quiete/tensione e di un intreccio armonico solidamente costruito fra synth e archi. L’altro strumentale del disco, Book 0, è di altrettanto godibile ascolto, con un arpeggio di chitarra alla Mogway e il suo falso finale in crescendo. Lost forever into your arms, traccia conclusiva dell’EP, dà appena il tempo all’ascoltatore di abituarsi all’esposizione di una melodia cantata per poi intrappolarlo in un dedalo sospeso fra sovraincisioni e riverberi, e precipitarlo in un finale brusco, tetro, luciferino – quasi strappato via nella sua cesura improvvisa.

Tiriamo le somme: i Synthetic Trees hanno tante idee e le usano bene, confezionando un EP di notevole impatto sonoro e di pregevole fattura. Non inganni la “bassa fedeltà” del disco: rappresenta un aspetto della sua cifra stilistica, anche se certo non l’unico né il fondamentale. La frammentazione della forma canzone, rispetto alla parziale solidità dei loro esordi (Nothing Ever Happened, 2015), viene sempre maggiormente messa in atto – i primi segni di cedimento si erano mostrati già nel 2018, con Hardway.

Quello che auspichiamo è che questa maturazione continui, e che nei prossimi lavori i Synthetic Trees si spingano a osare ancora di più. Ma fino ad allora, godiamoci quello che c’è: è decisamente buona cosa.

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