

Di Redazione
Recensione di Anita Ferro
Donato Cherchi nasce come rapper ed evolve come bluesman. Sarà per l’esperienza americana nel duo Don Leone, o sarà che Carbonia e il Colorado si trovano più o meno alla stessa latitudine, resta che ascoltando First Recording ci si sente immersi in una qualsiasi delle vicende polverose e gialle di paglia di Kent Haruf e della sua Holt.
Se un pezzo funziona solo chitarra e voce, allora funziona sempre. Senza dogma alcuno, si potrebbe azzardare che forse anche il Bruce Springsteen di Nebraska la pensi così. E Nebraska, non solo per il panorama a stelle e strisce che fa da culla al genere, ma soprattutto per la ricerca intimista e l’urgenza del canto del Boss, appare proprio come un (il?) grande testimone raccolto da Donato. Il primo disco da solista dell’artista sulcitano, fatto di pochi accordi che esaltano una voce potente e ruvida e un tono malinconico che trasuda speranza, potrebbe essere sintesi o espressione di una locuzione: “L’autenticità della nudità”. Superate le frontiere delle sue origini geografiche, quello che arriva è un folk/blues sincero e umile, che si radica in territori lontanissimi dalla sua tradizione, nella comunanza del bisogno – antico e tutto umano – di raccontare i turbamenti e dare un senso al dolore. Le storie semplici e meste contenute nei brani creano una dimensione introspettiva e riflessiva, sembrano voler essere un talismano per esorcizzare lo smarrimento e l’incertezza. Con un filo d’erba tra le labbra e come dice lo stesso Cherchi – Walk by my boots | Try to smile with my face | And love, who loves you | in a world full of hate – ci si accorge di essere già sulla strada che conduce verso casa.

