

Autoprodotto, 2025
Il termine “shoegaze” compare sulle riviste musicali inglesi a cavallo fra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. NME e Melody Maker avevano infatti sentito la necessità di dare una definizione alle sonorità utilizzate da formazioni come Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine e Slowdive, caratterizzate da un abbondante uso di chitarre cariche di distorsioni e di echi. Tutto quello che è accaduto dopo è entrato a buon diritto nel grande libro della storia della musica, ma ciò che colpisce è che i semi gettati allora continuano ancora oggi a dare frutti. I Fenech, cioè Carlotta, Alessandro, Gianni, Mauro e Ovidio, sono un ottimo esempio di questo interminabile processo che al giorno d’oggi si confonde con generi come il dream pop.
Fragile è il nome della loro ultima fatica, partorita dopo una lunga serie di sessioni di prove e di registrazione, dove le idee sono state sviscerate, digerite e metabolizzate. Missaggio e mastering sono stati curati da Mauro Zirolia a Sassari alla Sala 10 mentre le take per le batterie sono state effettuate da Flavio Fancellu e Delio Soro allo SpaceCraft Studio a Ossi. Fra le pieghe del disco trovano spazio le collaborazioni con altri esponenti della scena isolana come Olmo Curreli e Simone Mureddu dei Vilma, nonché Andrea Cherchi, meglio conosciuto come Was. La parte iconografica del lavoro, caratterizzata dalla bella foto di copertina curata da Selene Dessena e dai lavori di Lia Palomba e Andrea Marcias per artwork e trailer, concorre a creare un immaginario che ben si lega al contenuto dell’album. Il videoclip del singolo Daria, a cura di Alessandro Eletti, evidenzia ancora una volta quanto le immagini abbiano un ruolo vitale per la formazione sassarese.
Rispetto all’EP d’esordio, Anything (2022), le composizioni diventano più complesse e stratificate: risaltano i dialoghi incessanti fra le due chitarre, il drumming puntuale che rimanda spesso agli anni ‘90, il suono del basso in Sailing On e Tortoise, intuizioni vocali che paiono frutto di un istinto urgente e violento come accade in K. e nuovamente in Tortoise. Gli otto brani si inseguono fra suoni dilatati, citazioni di Kafka e finali trascinanti e impegnativi, su tutti quello di Dive, riuscendo a dare forma e sostanza al titolo dell’album. Fragile ha il sapore di cose perdute o mai successe, di colori sgranati, di acqua salata, di estati fragorose, di sole che trafigge le chiome dei pini. Una colonna sonora adeguata per questo finale di giugno.