Anything – Fenech

Simone La Croce Musica, Recensioni

Sono serviti cinque anni ai Fenech per arrivare alla pubblicazione di questo EP – formato interlocutorio di compromesso per la liquidità musicale che permea questi tempi incerti – e il tempo e la cautela usati hanno ripagato l’evidente sforzo fatto. Niente in confronto alla genesi di macigni come Loveless (leggasi a tal proposito il racconto del travaglio del disco fatto dal buon Nubius su Auralcrave), ma comunque significativi in relazione al risultato raggiunto. 

Sforzo tanto in termini di idea musicale, quanto di suono: perchè ad ascoltare le cinque tracce che compongono Anything, per neanche mezz’ora di registrato, pare che il grosso del lavoro sia stato fatto proprio per affinare l’idea del prodotto finale che i cinque sassaresi avevano in mente o che comunque ambivano a ottenere. Cinque pezzi incredibilmente maturi e coesi, con melodie solide e arrangiamenti strutturati, mai eccessivi, mai troppo poveri e sempre ben bilanciati. 

Anything rispolvera, traccia dopo traccia, le varie declinazioni del filone dream pop/shoegaze, riuscendo comunque a mantenere una coerenza complessiva che, alla fine del disco, si rivela essere il vero – e non certamente secondario – tratto distintivo della band. Si possono così scorgere tratti dei Blonde Redhead in Tame, la morbidezza acida di Death in Vegas e Slowdive in Slow, i Cocteau Twins in Delay, fino ai feedback velatamente aggressivi à la Ride, di Capo6 e I feel my heart so strong, dove si inserisce perfettamente il cantato di Alessandro Sechi (voce dei mai abbastanza acclamati De Grinpipol).

Grande merito del risultato va certamente agli impalcati sonori tirati su dalla band (chitarre di Mauro Zirolia e Ovidio Pilo, ritmiche di Gianni Lubinu e Alessandro Piga, rispettivamente basso e batteria) e alla voce di Carlotta Meridda, brillante nei versi e fluida nel fondersi agli strumenti. Ma è un merito ampiamente condiviso con la produzione di Graziano Pala e Delio Soro di Soundslikekong, che hanno trovato il collante giusto per tenere insieme i pezzi e farli filare via in maniera organica. Una comunione di intenti che ha saputo mantenere alto il livello di freschezza del disco, riducendo al minimo i richiami sonori agli anni ottanta e attualizzando, sulla scia di gruppi come gli Amusement Parks on Fire: una formula comunque senza tempo che ben si presta a questi primi e tanto attesi accenni di primavera.