Fellini – LP

Simone La CroceMusica, Recensioni

Quando in occasione di un’intervista al Corriere della Sera, poco prima della sua dipartita, al regista romagnolo fu chiesto cosa pensasse dell’epiteto derivato dal suo cognome, rispose:  “Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro”. Per lui “fregnacciaro” era l’interpretazione più azzeccata, mentre gli aspetti più surreali della sua visione cinematografica hanno catturato, oltre all’immaginario collettivo, anche quello di un progetto musicale che ha scelto proprio il suo cognome per essere rappresentato. 

Il progetto Fellini ha radici lontane: Mario Nardi, una delle due attuali metà della mela, ha iniziato a suonare da bambino la batteria del padre e, dopo aver militato in varie formazioni, una quindicina di anni fa a Londra, ha avviato il suo progetto solista. Ha pubblicato i primi lavori dopo un’impegnativa gavetta, ha conosciuto l’attuale altra metà della mela, Serena Pieroni, con la quale ha iniziato a suonare insieme. Vedono così la luce prima i Mario Nardi & le Sorelle Illuminate, con Silvia Cristofalo alla chitarra, poi i Fellini. E dopo diversi lavori interlocutori, con intenzioni e direzioni diverse, eccoci qui, al loro primo vero long playing, intitolato letteralmente “LP”.

Sin dai primi lavori a firma Mario Antonio Nardi, il frontman ha avuto l’ardore di scrivere in italiano e di abbracciare un genere – una sorta di cupo pop di stampo cantautoriale – nel quale oggi è onestamente complicato emergere. Non tanto per una questione di qualità, quanto di quantità. Una scelta precisa, quasi politica e di appartenenza, che in questo nuovo lavoro si è concretizzata in una scrittura più sentita e un linguaggio affatto stucchevole. Altra coerenza con il passato è l’impianto perlopiù monodico dei pezzi, che trova però modo di evolvere anche verso pattinamenti melodici che elevano il songwriting a un livello decisamente superiore. “Agnese (Figlio di)” è un po’ l’apice di questa fluttuazione. Ma ci sono anche le citazioni colte, come quella in apertura del Nobel Günter Grass, al quale hanno tradotto un verso di una sua poesia. O, per tutto il resto, la vocazione al realismo e alla narrazione della quotidianità con quello sguardo intimo e disilluso che ha sempre caratterizzato la scrittura di Nardi. A cercare dei riferimenti si potrebbe ipotizzare un Vanvera a strettissimo raggio e, a uno sguardo più ampio, i pezzi grossi della crema alternativa italica del secolo scorso, La Crus, Verdena e gli Afterhours più morbidi su tutti. Il risultato è indie-pop? È art-rock? È alternative? Forse tutto, forse niente, forse non importa. 

Quel che importa è che di acqua sotto i ponti dai tempi di Motel Quarantena ne sia passata tanta, nonostante siano trascorsi appena cinque anni dall’uscita del disco che in qualche modo li ha messi in luce. Importa che tante cose siano rimaste lì dove sono sempre state, ma che sia migliorata la scrittura, siano maturati i musicisti e anche la produzione abbia subito un importante upgrade, grazie anche al lavoro fatto a Roma da Stefano Calabrese. Dopo qualche anno di tentativi nel trovare una quadra e una direzione che li caratterizzasse sul serio e in modo che loro stessi per primi potessero rispecchiarcisi, con “LP” i Fellini hanno messo a fuoco l’obiettivo e tirato fuori il loro primo vero disco, coeso, strutturato, generoso e sentitamente autoprodotto. Medaglia quest’ultima che si appendono con orgoglio al petto, insieme alla decisione di non pubblicare singoli o video, di non farlo uscire sulle grandi piattaforme e, in generale, di rifiutare le attuali dinamiche della discografia e dell’industria musicale. “Abbiamo sentito il bisogno di non comportarci come delle scimmiette ammaestrate di un circo di bassa lega, facendo reel e creando contenuti la cui natura va contro la nostra filosofia, opposti a quello che una band, un progetto, dovrebbe essere”. Già, perché “la vita non è un film, neanche un miracolo” e ogni tanto fa bene essere riportati alla realtà delle cose, anche se non ci piace.

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