Copertina di Scisto di Fabio Tallo

Fabio Tallo – Scisto

Simone La CroceMusica, Recensioni

La Wild Drone Music ha pubblicato il suo primo disco poco più di due anni fa, a inizio 2021, in piena pandemia. Twisted Wires fu un esordio molto interessante e accendeva i riflettori sulle attività di Guido Ciabatti, producer dietro il moniker di Die Drunke Seite e titolare dell'etichetta. Da allora è uscita sotto quel cappello una decina di dischi (molti dei quali su sascena.it), nel pieno rispetto degli intenti dichiarati: un calderone di ambient ed elettronica “profonda, oscura e sperimentale”, estremamente variegati, ma accomunati da “an unconditional love for music”.

L'ultima uscita in ordine di tempo è Scisto, EP di Fabio Talloru (Tallo su disco) che rafforza e consolida la linea dettata fino a questo momento. Quattro brani per poco più di mezz'ora di musica, impreziositi dal remix della traccia di chiusura a opera di Svart1, altro nume tutelare del “genere” nell'isola. L'ambientazione è esplicitamente dichiarata: nord-ovest della Sardegna, appena sopra l'Argentiera, “tra le scogliere di scisto a strapiombo sul mare”. La track list rafforza la georeferenziazione e palesa l'intento figurativo del lavoro di Tallo: Emersione – Argento, onde – Scisto – Ovest, ultimi raggi

Suoni, battiti e bordoni sembrano voler richiamare le declinazioni dei luoghi a cui si riferiscono, in cui sono nati e per cui sono risorti: falesie di pietra scura aperte sul Mediterraneo occidentale, schiaffeggiate dal mare e dal vento, depredate dall'uomo negli ultimi millenni. Una riproposizione fortemente figurativa dunque, ancorata all'origine, ma pure liberamente ambivalente e in grado di sopravvivere anche fuori dal suo contesto: capace quindi di essere mera espressione del musicista e semplice diletto per l'ascoltatore, che può goderne anche ignorando tutto, scenario, corollario e pregresso. 

Quella di Tallo è una ambient techno di ispirazione paesaggistica, meno scura del buio passatista da cui pesca, illuminata com'è dai riflessi argentei del sole della Nurra sulla roccia e sulle onde. Musica tutt'altro che statica, in cui confluiscono le oscurità del trip-hop, il minimalismo newyorkese, l'irruenza dei Prodigy e le ire sonore di Iosonouncane. Brani che si distaccano scientemente dalla drone tout court, la cui ripetitività è minata da continue variazioni cromatiche, in un'evoluzione lineare fatta di movimenti tra terra e mare, dinamiche degli elementi quotidiane e millenarie di lente metamorfosi e improvvisi sconvolgimenti. In definitiva, è questa impostazione – se così si può dire – di scuola post-rock a caratterizzare Scisto: scenari sonori che si dipanano in maniera indefinita, con un inizio e una fine, ma senza obiettivi precisi e con un intento dichiarato di tratteggiare dei quadri, naturali e umani, senza distinzioni di sorta, in un passato che è geologico e per niente antropocentrico, ma anche recente e sociale. Un'impianto generale che sfilaccia la linea del tempo per intrecciarla nuovamente lungo trame inedite, in una rivisitazione di quelle storie – così diverse nei loro impatti – proiettata in avanti, a tratti radiosa e futurista.