

In un’area che cinquecento anni dopo patisce ancora gli effetti della Controriforma, fa una certa impressione notare quanto quest’Isola abbia lottato per conservare la sua dimensione sacra e profana, in simbiotica antonimia tramandata di generazione in generazione. Dalle storie di spettri del folklore – con annesse parole d’ordine che mia nonna amava tenere vive, causando non poca inquietudine ai nipoti – alle maschere paganeggianti del carrasecare, passando per ragni violino fatti a santo e misteriosi monumenti per riti dimenticati, la Sardegna vive pacificamente un geist mai scalfito che con il sacro dell’Apostolica Romana Chiesa ben poco hanno a che fare. Ci si può vedere la dimensione tetra e più occulta, in progetti come Ilienses, Vultur e altri dell’ondata di resurrezione neopagana. La si può però vedere anche in una dimensione gnostica e un po’ thelemica (ci scusi Mr. Crowley): il profano che coincide con il sacro nella celebrazione del respiro vitale, della comunità millenaria in continuo mutamento e dell’eterno dio Sole e dei suoi abbracci dodici mesi all’anno.
Una riflessione che meriterebbe più spazio di quello a disposizione, ma che forse può aiutare a mettere più in luce il particolarissimo lavoro trattato oggi. Arrepicus è il conciso e autoesplicativo titolo che i due autori, Alessandro Usai ed Enrico Usai, hanno voluto dare a un disco in realtà frutto di complesse ricerche, ricostruendo una cultura musicale esclusiva all’Isola e così oscura che, si confessa il peccato, neppure chi scrive ne sapeva l’esistenza. Ma come istruiscono i picius della Ghaul Records di Fluminimaggiore, che coraggiosamente presentano il progetto sul Bandcamp della propria etichetta, s’arrepicu altro non è che una tradizione sarda di musica folk elaborata secoli addietro ed eseguita con le campane di chiesa, in motivi sacri oppure profani. Gli studi effettuati si sono concentrati prevalentemente sul versante religioso fluminese, andando a formare quello che è a tutti gli effetti il primo lavoro discografico a tramandarne l’arte: e nell’intento di ricrearne le originali condizioni ambientali, i tocus e arrepicus collocati rispettivamente alla prima e alla seconda metà sono stati registrati proprio nel campanile della Chiesa fluminese di Sant’Antonio, in concomitanza alla Processione dell’Assunta dell’ultimo Ferragosto.
Un lavoro non solo musicale, ma anche di documentazione letteraria: dalle ricerche è infatti derivato pure un breve saggio, dal titolo Tra storia e tecnica: s’arrepicu a Fluminimaggiore, incentrato nella prima sezione sulla storia dell’arte campanaria locale, ripercorsa quasi del tutto grazie al saggio Il culto di Sant’Antonio di Padova a Fluminimaggiore, di Maddalena Usai. La seconda sezione invece è prettamente tecnica e musicale, permettendo ai lettori di imparare a praticare s’arrepicu, a cura invece di Alessandro in un inedito invito a riprendere e mantenere viva la tradizione.
Con la copertina ad opera di Alessandro Usai e un missaggio essenziale ma nitido a cura di Sankara della Ghaul, Arrepicus si pone come un progetto non di facile commento né di immediato apprezzamento, ma dall’importanza storica e documentativa forse immisurabile. I rintocchi delle campane vanno a creare armonie singhiozzanti e primordiali ritmi, evocativi di atmosfere antiche e in qualche modo bucoliche, con uno slancio vitale e mai mortifero dell’aspetto sacrale: il lampo del profano, che illumina gli strumenti e la musica del sacro. Un lato che, ricollegandosi all’introduzione, sublima l’energia e l’inventiva della piccola e fiera comunità dell’alto Campidano, resistente tutt’oggi anche in quelle tradizioni e arti che tanti di noi isolani, forse un po’ troppo italianizzati, tendiamo a dimenticare troppo facilmente.
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