Encore – Paul Walla

Simone La Croce Musica, Recensioni

Paul Walla, al secolo Paolo Mura, è uno che ha sempre sguazzato negli anni 90 alla ricerca di una quadra propria. E chi, come lui, ha navigato in quelle acque, da ascoltatore prima e da musicista poi, sa bene che non è facile uscirne dignitosamente. Così, a seguito di varie esperienze (Fomalhaut, Spherikcube, Life Comes) in bilico tra cover e primi tentativi di brani originali, il polistrumentista nuorese avvia un processo di emancipazione che lo porta a comporre in autonomia. Dopo il primo esperimento, l’ancora acerbo EP “Kairos”, e una manciata di singoli, fortemente legati ai feticci grunge (Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains su tutti), inizia a lavorare a Encore, il suo primo vero disco solista.

I riferimenti sono sempre chiari e ben visibili, ma traslati nel tempo verso la fine del millennio, a quando band come i Queens of the Stone Age – specie quelli di Rated-R e Songs for the Deaf – hanno provato a rivedere lo stoner-doom di Kyuss, Karma to Burn e Sleep per alleggerirne il tocco, smorzarne la rabbia e aprirlo a orecchie meno avvezze alla violenza. Mura prosegue su questa strada con un ulteriore lavoro di affinamento che, pur conservando quel senso malato e quel sapore sporco e acido, ammorbidisce ancora i tratti più spigolosi del genere, dando godibilità all’ascolto, Presta così più attenzione alle melodie e lavora su arrangiamenti semplici ed efficaci, nei quali restano sempre i riff, la monotonalità e la ripetitività ossessiva, ma senza la monoliticità e l’aggressività che avevano contraddistinto le prime desert sessions: i suoni sono vellutati e l’ascolto riporta alle perle più blues e acide del grunge, con Mark Lanegan in primo piano. Non mancano i pezzi più carichi (Albatross, Leave The Day Behind, How Do Yeu Feel), le ballads (Out Of The Blue) e gli ammiccamenti a soluzioni più pop (Covering Up Sadness, singolo del 2020 presentato qui in versione acustica), ma il tutto è confezionato in maniera riconoscibile, con la voce calda e compassata di Mura a fare da filo conduttore. La registrazione in home recording e l’aver suonato da solo tutti gli strumenti, compattano il lavoro, mentre mix e mastering, curati dall’inglese Connor Heatex, danno una lucidata finale all’album e gli tolgono quella patina low-fi che lo avrebbe appesantito. Pur restando ancorato ai presupposti, Encore ne prende comunque le distanze in maniera dignitosa, arrivando a un onesto compromesso tra blues, acidità e cantautorato languido e inquieto, che lo rende perfetto per il buio dei club. 

Saranno certe affinità paesaggistiche, sarà la desolazione o una diffusa e radicata saudade insulare, ma con Encore la Sardegna si conferma ancora una volta terreno fertile per musiche desertiche e malinconiche, spazio di convergenza ideale tra Memphis e Joshua Tree, e incubatore di originalità autoctone. In un momento storico durante il quale, per tante ragioni – su tutte la carenza di concerti live – sono venuti a mancare i dischi rock, e nonostante non aggiunga e non tolga niente a quanto già detto e fatto, questo disco di Paul Walla resta comunque una bella boccata d’aria e un positivo segnale per i giorni a venire.