Elepharmers – Western Wilderness

Gabriele MuredduMusica, Recensioni

Elepharmers è un gioco di parole ascrivibile nel lungo elenco di gruppi stoner-doom che contengono al proprio interno un elemento zoologico: ad esempio gli Ufomammut, i Bongzilla, Goatsnake, 13eaver, King of Frog Island (che suonarono nel 2008 al Poetto davanti a 12 persone, tra cui il sottoscritto), Iron Monkey e così via. Ma non è per la scelta del nome che i cagliaritani Elepharmers hanno conquistato un posto nella scena stoner . Semmai il riconoscimento passa tramite la perseveranza e una crescita costante, mostrata in una carriera cominciata nel 2009, con quattro dischi usciti tra il 2013 e il 2025, pubblicati con due etichette indipendenti specializzate nel settore come la Go Down Records prima, e la Electric Valley poi.

Ed è quest’ultima label  che lo scorso 24 ottobre ha arricchito il proprio catalogo con il nuovo disco della band, Western Wilderness. Un lavoro che, già dalle note di copertina, sottolinea un ritorno alle origini, dopo la parentesi nella dimensione dello space rock del precedente concept Lord Of Galaxia e, contestualmente, un richiamo ai territori selvaggi della Sardegna occidentale, quel Sulcis mediterraneo e desertico, che da quasi due decenni è casa del Duna Jam e che ha ispirato anche altre formazioni isolane (vedasi ultimo dei Bentrees) e non solo (Portixeddu dei danesi Causa Sui nasce proprio  in una summer session in tour nell’Isola).

Il power trio, composto da Guido El Chino Solinas (voce, chitarra, octaver bassi), Andrea Cadeddu (chitarra solista) e Maurizio Mura (batteria), conosce bene la differenza tra manierismo revivalistico e produzione di qualità nel genere, mettendola in pratica in tutto l’album. Lo stoner (semplificando con questo termine quel mare magnum derivanti dall’hard rock e psichedelia dei ‘70) negli ultimi quindici anni ha zoppicato, e non solo in  una terra che lo venera e lo pratica come la Sardegna arenandosi su soluzioni ciclostilate, statiche o troppo derivative. L’impressione, alle orecchie di un conoscitore dei generi, era che ci fossero cloni o proseliti senza personalità, che si limitavano a riprodurre quanto fatto dai grandi nomi della scena.

Nel caso di Wester Wilderness si va oltre le riproposizioni chatgptiane degli stilemi del genere, dribblando il rischio del già sentito e dello skip facile o della comprensione del lavoro nei primi trenta secondi. Il disco è suonato e prodotto con grande attenzione, merito anche del mastering di Villy Cocco e delle registrazioni di Paolo Mulas, mentre l’artwork in odore di Moebius è firmato da Andrea Cara. Potremmo elencare, con piglio salviniano, le coordinate presenti (Sabbath, Kyuss, Qotsa, Down, Red Fang, Spiritual Beggars, Clutch, etc), ma sarebbe fine a se stesso. Colpisce semmai come la band sappia destreggiarsi tra le correnti dei generi e delle influenze, come navigatori esperti, vecchi marinai che la sera prima sanno già che vento ci sarà l’indomani e sanno consigliare ai turisti in quale spiaggia andare per godersi il mare. I brani sono arricchiti da sfumature che oscillano tra momenti melodici e passaggi dilatati, bordate stoner metal (Call of the wind  richiama i Mastodon, mentre l’open track strizza l’occhio ai Down e Corrosion of Conformity), ma su tutte brilla Arcuentu, una delle migliori tracce hard psych mai pubblicate nella scena stoner sarda.

Western Wilderness è, in sostanza, un disco per appassionati che vogliono testimoniare il proprio travolgente amore per certe sonorità. Ma è anche una scelta ottimale per chi vuole una full immersion su questi lidi, provando qualcosa di diverso dai soliti nomi ricorrenti su guide e monografie in materia.

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