Grains of Gold – Ed Carlsen

Federico Murzi Musica, Recensioni

Ogni tanto va bene sbilanciarsi: Grains of Gold è un disco di cui si sentiva la mancanza. L’album, pubblicato il 17 settembre per XXIM Records, nuova etichetta di musica strumentale nata sotto l’egida di Sony Music Masterworks, scuote per davvero. Lo fa grazie alla capacità di Ed Carlsen/Edoardo Pucci di immergersi – e immergerci – in un viaggio dove i suoni si fanno emotività e le emotività si fanno largo fra pad desertici e drum machine spigolose, ma non troppo. E lo fa per i singoli elementi, che vengono pescati a piene mani tanto dal Bowie più algido e berlinese quanto dal cerebralismo ragionato dei Radiohead anni Zero.

Edoardo Pucci è un funambolo della composizione e un profondo conoscitore della materia: consegue un degree in Music Technologies a Londra, dove sound design e musica per colonne sonore sono pane quotidiano. L’esperienza londinese darà i natali al suo Ep di debutto, The Journey Tapes (2016), mentre i successivi Elusive Frames (2017) e Morning Hour (2019) vengono ispirati rispettivamente da Copenaghen e Cracovia – tutti e tre pubblicati per Moderna Records, etichetta canadese di ambient, neo-classical e dintorni. Nel 2020 Pucci si trasferisce ad Amburgo, una delle sotto-patrie del kraut-rock: anche questa influenza si sente, che sia arrivata inconsciamente o meno poco conta. Qui il concepimento dell’album prenderà il via con Drawn Ashore. Pucci racconterà che nel pieno della pandemia e dell’assenza da casa c’era sempre il pensiero di tornare in Sardegna. Grains of Gold, traccia per traccia, restituisce tutta la malinconica tensione di quello che ci porta lontano da ciò che è familiare, dei non luoghi e delle cose che sentiamo senza vederle: paesaggi sonori, soundscapes, città vere o immaginate che l’autore dipinge e costruisce con il pianoforte di Satori  (che sembra arrivare direttamente dal Nick Cave del 2019) o con il crescendo di esplosivi sintetizzatori della title track e di Larya.

Siamo di fronte alla densità di un disco dove la solennità bowiana si mescola a un delicato minimalismo. Simmetry in Motion potrebbe essere un esempio di questa fusione, ma se ne trovano tracce davvero in tutto l’album. Ci sono l’andata e il ritorno, la riservatezza e l’esplosività comunicativa, il groppo in gola di Hyacinth e l’intima robustezza  di Vega. Insomma, un disco che ci mette alla prova per la sua complessità armonica ed emotiva che non è mai scontata o zuccherosa, ma costantemente ponderata. Un disco di cui si sentiva la mancanza.