È tutta scena – Intervista a Marco Lutzu

Mauro Piredda È tutta scena, Interviste

Con questa intervista facciamo tredici. E proviamo a farlo anche in termini di bonasorte dato che stiamo scommettendo su una tematica tecnicamente extrascena ma che è sicuramente musicale, che è sarda doc e che non è catalogabile nella spettacolarizzazione folkloristica. Stiamo parlando del canto poetico improvvisato che in alcune zone del mondo, come il Paese basco, è diventato un fenomeno urbano, giovanile e di massa e che qui, nonostante la sua lunga storia e il suo contributo lirico e metrico alla scena musicale in lingua sarda, ha diverse problematicità davanti a sé. Per questo viaggio abbiamo intervistato l’etnomusicologo Marco Lutzu, docente presso l’Ateneo cagliaritano e uno tra i massimi esperti di musica popolare e tradizioni orali della Sardegna.   

Poesia e musica. Di questo rapporto ne hanno parlato in tanti, ma se ci aggrappassimo per un attimo alle citazioni, spiccherebbe senz’altro quella “pop” di Eugenio Montale, risalente all’epoca de suo Nobel, nel 1974. «Ritengo che la poesia sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale al martellamento delle prime musiche tribali». Tu, per Sa Scena, cosa ci diresti a riguardo di questo rapporto in Sardegna e partendo dal tuo osservatorio. 

Senza dubbio la frase di Montale tocca un aspetto fondamentale per ciò di cui mi occupo. La poesia improvvisata è un fenomeno particolarmente vivo in Sardegna, ma che in realtà troviamo, sotto varie forme, in diverse parti del mondo. La cosa interessante è che ovunque sia presente, questa non viene mai declamata o recitata, ma sempre cantata. La musica è un elemento fondamentale nella poesia improvvisata, ed è soprattutto per questa ragione che diversi etnomusicologi, in Italia e in particolare in Sardegna, se ne sono occupati. Una traccia del legame indissolubile tra musica e poesia estemporanea si trova già nella lingua. Mi riferisco per esempio al fatto che nella tradizione della Sardegna meridionale gli improvvisatori vengono chiamati cantadoris: coloro che cantano i loro versi improvvisati. Se poi ci spostiamo dalla poesia improvvisata in senso stretto (dunque quella creata sul momento) alla musica tradizionale sarda in generale, scopriamo che il legame tra musica e poesia è sempre presente. Tutta la musica sarda (dal canto a tenore al cantoa chiterra, dai generi profani a quelli religiosi) non fa altro che mettere in musica testi poetici. Si cantano versi improvvisati al momento, testi popolari, ma anche le opere dei grandi poeti della letteratura sarda come Paolo Mossa o Peppino Mereu. Molti dei miei studenti sono abituati a pensare alla poesia e alla musica come due fenomeni distinti: la prima come qualcosa di noioso che sono obbligati a studiare a scuola e che sentono lontana dalla propria vita; la seconda come qualcosa che li coinvolge e che fa parte della loro quotidianità. È sempre molto stimolante vedere le loro reazioni quando, riscoprendo la cultura sarda, si rendono conto di quanto questi due linguaggi espressivi siano, in fondo, indissolubilmente legati tra loro.

Fermiamoci un attimo alla questione musicale, alla scena sarda che noi seguiamo. Sembra esserci qualche difficoltà con la nostra lingua, con la lingua dei poeti, sia da parte di chi compone, sia da parte di chi ne fruisce. I primi, tranne alcune eccezioni, tendono a utilizzarla molto poco nella scrittura dei brani, specie tra chi propone musiche più contemporanee e alternative, come se fosse più naturale utilizzarla prevalentemente in ambito più tradizionale. L’ascoltatore medio, specie quello meno avvezzo alla lingua, tende invece a stranirsi quando sente brani contemporanei cantati in lingua, a prescindere dal genere musicale. È un circolo vizioso difficile da spezzare. Tu come la vedi?

Partirei dalla premessa, forse ovvia, che chiunque deve essere libero di fare e di ascoltare la musica che preferisce. Mi sta bene una Sardegna in cui ci siano persone che scelgono di fare e ascoltare musica in inglese, in italiano e in sardo (o in qualunque altra lingua). Detto questo, per passione personale e interesse professionale ascolto molto musica cantata in lingua sarda. Nei contesti tradizionali, adottare lingue diverse dal sardo resta ancora oggi un tabù: sarebbe inaccettabile un canto a tenore o una gara poetica in italiano! Al contrario, nell’ambito della popular music, cantare in sardo è sempre una scelta che i musicisti fanno, in maniera consapevole, per ragioni artistiche, estetiche, identitarie. Numericamente sono meno di quelli che usano l’italiano o l’inglese, ma la qualità della loro proposta artistica è spesso molto alta e, in particolare per certi generi musicali, solitamente il risultato più interessante rispetto all’equivalente in altre lingue. Una maggiore attenzione da parte dei media, nuovi e tradizionali, gioverebbe certamente alla loro diffusione in particolare tra le nuove generazioni.

Eppure, dai Kenze Neke a Paolo Angeli, abbiamo avuto ed abbiamo esempi di perfetta coniugazione di lingua, repertorio tradizionale e musica contemporanea. La scena tradizionale potrebbe trarre giovamento da una generalizzazione di queste esperienze?

Anche in questo caso, da un lato sono per la libertà di scelta da parte dei musicisti, dall’altro osservo con grande interesse ciò che accade. Per esempio mi piace, e ritengo sia importante, che molti giovani cantori a tenore abbiano come unico obiettivo quello di eseguire al meglio il repertorio del loro paese, sentano la responsabilità di preservare la tradizione della loro comunità, e che, quantomeno nelle intenzioni, non siano interessati ad aprirsi ad alcuna forma di contaminazione. Allo stesso tempo, apprezzo la creatività che scaturisce dall’incontro tra musicisti e mondi musicali diversi. In passato la maggior parte di questi esperimenti erano diretti dagli “altri”, di cui i musicisti tradizionali spesso subivano le scelte. Oggi abbiamo invece numerosi esempi di musicisti che, nati nella tradizione, si avventurano, spesso con grande successo, in percorsi artistici personali che li portano ad attingere da esperienze musicali molto eterogenee. Per fare qualche nome, penso per esempio al duo Fantafolk (Andrea Pisu e Vanni Masala) o a Pierpaolo Vacca, giovani musicisti di talento estremamente creativi e versatili che negli ultimi anni stanno ricevendo grandi consensi.

Ritorniamo alle gare poetiche, che si svolgono nelle piazze da oltre un secolo, per aggrapparci subito a un aspetto critico. Le scienze sociali hanno sempre distinto le categorie di “cultura alta” e “cultura popolare”. Gli studi di Burke, così come quelli della Scuola di Chicago, ci spiegano tuttavia come non vi sia un confine rigido tra le due: pensiamo a Dante che divenne popolare o alle arie contadine, come i walzer, fatte proprie dall’aristocrazia. “Ascese” e “discese” presenti anche nella musica, con le sinfonie classiche innestate sul rock o con il jazz che, pur non essendo mai stato pop, sembra ben lontano dal concetto di roots music. Pensi che la poesia improvvisata in Sardegna stia diventando elitaria pur mantenendo ancora le radici nella piazza? 

Il concetto di “popolare” ha sempre creato una certa confusione in Italia, in primo luogo per ragioni di ordine linguistico. Se facciamo un confronto con la lingua inglese, vediamo che il nostro “popolare” traduce due concetti ben diversi tra loro: “folk” e “popular”. Il primo si riferisce a uno specifico gruppo sociale, il secondo alla diffusione di un determinato fenomeno. Così noi possiamo dire sia che «le launeddas sono uno strumento popolare» (nel senso di “folk”), sia che «Chiara Ferragni è un personaggio popolare» (nel senso di “popular”). Fu Gramsci uno dei primi a mettere in evidenza che in uno stesso luogo coesistono diverse classi sociali, e che ognuna è portatrice di una propria cultura. Molte persone intendono queste culture in senso gerarchico: ci sarebbe dunque una cultura “alta”, espressa dalle classi dominanti, che di per sé avrebbe più valore della cultura “bassa”, espressa dal popolo. Ma nella realtà, come ben dici, i confini sono spesso sfumati e i casi di ascesa e discesa numerosissimi. Per quanto mi riguarda, è soprattutto l’idea di una gerarchia che deve essere messa in discussione. Il fatto che la cultura borghese europea del XVIII secolo abbia posto le condizioni per la nascita di un compositore come Mozart, non è di per sé più importante del fatto che la cultura sarda abbia favorito la nascita di una espressione così nobile e raffinata come la poesia improvvisata. Poi, certo, guardando alla situazione attuale, è evidente che la poesia improvvisata in Sardegna non è più un fenomeno “popular”, ovvero seguita, compresa e apprezzata da tanti, come invece accadeva in passato. È importante allora interrogarsi sulle ragioni di questo cambiamento. Ragioni che è difficile sintetizzare in poche righe, ma che hanno certamente a che fare con la vorticosa circolazione globale di flussi culturali, con il mutare dei tempi, dei modi e dei contesti dello stare assieme, con la percezione del valore della dimensione locale, con le difficoltà in cui, in molti contesti, versa la lingua sarda.

La sola organizzazione di una gara poetica, peraltro non sempre nei momenti e negli spazi centrali di una festa di paese, non basta quindi a garantire una continuità del fenomeno negli anni a venire. Cosa occorre fare secondo te? Hai degli esempi a riguardo?

Non so cosa bisogna fare, il mio compito come studioso è in primo luogo quello di osservare e cercare di capire le dinamiche in atto. Ma allo stesso tempo, in quanto sardo che riconosce il grande valore culturale della poesia improvvisata, spero in un futuro in cui i tanti sardi che negli anni si sono allontanati da questo mondo, tornino a comprenderne l’importanza e ad apprezzarla. Il più grande paradosso della mia generazione di studiosi è proprio questo: studio la cultura poetica e musicale dei sardi, la osservo e me la faccio raccontare dai sardi (che ne sono i detentori), ma allo stesso tempo mi ritrovo spesso a doverla ri-spiegare e ri-raccontare proprio ai sardi! La gara poetica come performance pubblica e “ufficiale” che si tiene in piazza in occasione dei festeggiamenti civili connessi a una festa religiosa è un baluardo culturale che non può essere perduto: è il contesto più alto e più nobile del fare poesia improvvisata in Sardegna. E i comitati organizzatori delle feste hanno una responsabilità nel far in modo che quello spazio non venga “occupato” da altre forme di spettacolo. Io, come accademico, cerco di fare la mia parte attraverso quella che all’Università viene chiamata “terza missione” (la prima e la seconda sono la ricerca e la didattica). Oltre a condurre ricerche che condivido con altri specialisti, dedico tempo ed energie per presentare i risultati del mio lavoro nel territorio, anche tra i non specialisti. Qualcosa di analogo, negli ultimi anni, stanno facendo anche i poeti. Tra i più attivi in questo senso ci sono i poeti de s’arrepentina (una delle quattro tradizioni di poesia improvvisata dell’isola), che da anni tramite l’associazione culturale Arrepentina e mutetus portano avanti varie iniziative, spesso rivolte alle scuole, per far conoscere la loro arte anche al di fuori dei contesti delle gare ufficiali. Risale a poco tempo fa, per esempio, un interessante esperimento di “contest” tra i poeti a s’arrepentina e Reverendo Jones, musicista estremamente versatile in grado di improvvisare in lingua sarda come un rapper che fa freestyle.

Tu che sei un osservatore di questi fenomeni con lo sguardo anche oltre il mare nostru, come spiegheresti il successo dei poeti estemporanei baschi con il loro bertsolarismo che ormai da tempo è diventato un fenomeno di massa (o, come dicevi prima, popular), con un grande protagonismo giovanile e con realtà radicate nel tessuto urbano? 

Il caso della poesia improvvisata nei Paesi Baschi è veramente straordinario. Non conosco nel dettaglio il percorso che ha portato ai risultati attuali, ma qualche anno fa ho avuto modo di apprezzarne in prima persona gli esiti. Il fenomeno del bertsolarismo è estremamente popolare anche tra i giovani ed è diventato il simbolo più importante dell’identità culturale di quel paese. I ragazzi iniziano a praticare la poesia improvvisata nelle scuole, C’è poi un sistema ben organizzato di competizioni che si tengono prima a livello scolastico, poi di paese, di provincia, e ogni quattro anni viene organizzato il campionato nazionale: un evento al quale assistono migliaia di persone. Nel 2017 sono andato a seguire questo evento assieme ad alcuni poeti improvvisatori sardi per realizzare un documentario. Devo ammettere che è stata una delle esperienze più intense della mia vita: immaginate un enorme palazzetto ricolmo di telecamere e giornalisti, e otto ragazzi su un palco che, per più di quattro ore, cantano i loro versi improvvisati di fronte a un pubblico di oltre 15 mila persone (anziani, giovani, famiglie) che assistono in religioso silenzio. Anche in questo caso un’analisi delle ragioni di questo “successo” richiederebbe una riflessione articolata. E nonostante facili analogie, è bene ricordare che la situazione storica e sociale dei Paesi Baschi è per molti aspetti ben diversa da quella sarda. Tuttavia, non c’è dubbio che alla base di questo straordinario risultato vi sia stato un grande investimento in politiche culturali che hanno favorito la diffusione della lingua e della cultura locale nelle scuole e tra i media.

“Che a sos bascos”, quindi? Pensi sia possibile, esattamente come fanno in Euskal Herria già con i ragazzi e dando per scontato che molto dipende dalla lingua, concepire una scuola di improvvisazione poetica basandosi su una tecnica creativa finalizzata alla creazione della melodia, della metrica e del contenuto? Tu, che porti la poesia improvvisata a lezione all’Università, pensi che possa essere materia di scuole e Scuole civiche di musica?

Un problema che certamente la poesia e la musica tradizionale sarda non hanno (soprattutto se paragonate alla situazione di altre regioni d’Italia) è la possibilità di trasmettere il sapere. Un qualunque ragazzo che volesse imparare a suonare le launeddas o l’organetto, cantare a tenore o a chiterra, improvvisare a mutos o a otadas, impiegherebbe un attimo a trovare qualcuno disposto a insegnarglielo. La “crisi”, se di crisi si può parlare, sta piuttosto nel pubblico, sempre meno numeroso, capace di, o interessato a, apprezzare la bellezza di queste espressioni artistiche. Per quanto riguarda la poesia improvvisata, sebbene sia ancora possibile imparare in maniera tradizionale (per esempio in Campidano ci sono gruppi di appassionati che si riuniscono regolarmente per improvvisare in contesti privati), negli anni passati sono stati fatti alcuni tentativi di insegnamento in qualche scuola civica o altre istituzioni. Credo sia molto importante insistere in questa direzione, portando la poesia improvvisata (e ovviamente la lingua sarda) nelle scuole in maniera sempre più capillare e sistematica. Questo non ci garantisce che nasceranno nuovi grandi poeti, ma certamente è fondamentale per formare il pubblico del futuro.