È tutta scena - Gianmarco Jimmy Diana - Luigi Tosi - intervista - Luca Garau - 2022 - Sa Scena - 25 novembre 2022

È tutta scena – Intervista a Gianmarco Jimmy Diana

Luca Garau È tutta scena, Interviste

In questo nuovo episodio di È tutta scena, Luca Garau ha raggiunto Gianmarco Diana, bassista dei Sikitikis e dei Dancefloor Stompers, dj e studioso di musica da cinema. Con lui, sfruttando la sua esperienza e il suo percorso musicale dipanato su più fronti si è parlato di scena, di scene e di luoghi, modi e forme dove queste possano mescolarsi.

Classe 1973, laurea in giurisprudenza (posso immaginare la solitudine musicale nelle aule di Viale Fra Ignazio) e una carriera lunga così di musicista, selector, conduttore radiofonico, ricercatore. Per iniziare parlaci un po’ di te, dalle esperienze sui palchi a quelle con le cuffie addosso.

Mi chiamo Gianmarco, ma tutti mi chiamano Jimmy, sono nato a Cagliari, classe 1973. Sono un musicista, autore e arrangiatore, ma mi occupo anche di radio e scrittura.

Detto in poche righe, ho iniziato a suonare e scrivere canzoni alla fine degli anni ‘80 con la new wave, il punk, lo psychobilly nelle cuffie e le borchie sul chiodo dei Lords of the Flies (1989-1990), e soprattutto dei Nervous Madmen (1991-1993), che sono stati una band molto seguita ed apprezzata a livello underground in Sardegna. Con i CANIDARAPINA (1994-1999) siamo cresciuti in piena era crossover, proponendo un sound in cui l’hardcore incontrava l’hip hop, il funk, lo ska e la drum’n’bass. Successivamente è esplosa una passione per le colonne sonore dei film degli anni ‘60 e ‘70 che mi ha travolto e che ho cercato di portare, in maniera diversa, in quelli che sono diventati i miei due progetti principali, i Sikitikis e i Dancefloor Stompers. Oggi a quasi 50 anni continuo a lavorare a 360° nella Musica.

L’eclettismo e la tua curiosità non ti hanno impedito di essere comunque riconoscibile. Il tuo basso è il basso di Jimmy (lo scrissi anche in una recensione): strizza l’occhio alla motown, a quegli anni lì, a quella ciccia lì. E adesso una domanda filosofica: hai quel suono lì perchè ti piace quella roba o ti piace quella roba perchè hai quel suono lì? 

Assolutamente la seconda che hai detto! Ho avuto la fortuna di avere un padre che ascoltava tanta musica: a casa mia avevo i vinili di Battisti, Beatles, Pink Floyd e le colonne sonore di Grease, Il Padrino, Slaughter Big Rip Off’s di James Brown, o il funk e la disco dei Brass Construction, Battiato, etc etc. Tutto ciò che ho ascoltato, inconsciamente assimilato nella mia infanzia e, successivamente con cognizione, nell’adolescenza, ha determinato che – quando per la prima volta presi in mano un basso – abbia voluto farlo suonare da subito in un certo modo… ripeto, è un percorso inconscio, che solo successivamente ti si svela. Certi musicisti – come ad esempio Carol Kaye, la mia bassista preferita di tutti i tempi – non sai nemmeno che nome hanno mentre ascolti certi brani, ma sai soltanto che quel suono è unico, riconoscibile, personale.

CINEMATICA @ Radio X

Come detto prima, oltre a essere un musicista sei un attento osservatore della musica, nei panni dello studioso, del commentatore, del selector ecc. Immagino che il piglio dell’osservatore  inevitabilmente emerga sia quando ascolti una monografia di una band di Detroit che quando ascolti l’ultimo ep della band isolana. Quindi, dottore, ci dica, come sta la nostra amata scena sarda?

Sinceramente il mio occhio di ascoltatore e osservatore è rivolto soprattutto a quello che accade a livello internazionale, sia nel settore della musica applicata (che seguo da vicino per via del mio web radio show CinematiCA), che in quello discografico tout court, in particolare in quei generi musicali che sento affini al mio gusto. Vivendo in Sardegna, mi sento di replicare un concetto che ho sempre espresso, dai tempi delle interviste ai Siki in cui ci chiedevano “com’è la scena sarda?” Ho sempre risposto che non esiste realmente una scena, esistono diverse realtà interessanti e produttive che impongono una certa attenzione; ovviamente si tratta sempre di gusti, quindi io potrei conoscere e seguire artisti che altri non conoscono e, viceversa, non citare band o artisti che magari sono molto valide, ma io non conosco o non ascolto. Detto ciò faccio dei nomi che amo: Freak Motel, Luigi Frassetto, Apollo Beat, The HangeeS, Tristano Pala, Hip Hoppes, Roundella, La Città di Notte…. Check them out!

Torniamo un attimo all’intento originario della rubrica “È tutta scena” ossia quello di indagare sulle possibili forme di interazione tra le varie scene, senza azzardare ricette, ma ipotizzando luoghi, fisici e non, nella quale questa interazione può avvenire. Nel tuo caso mi vengono in mente Soul Side – quando con Gianluca De Vita vi dividevate la consolle andando a pescare, chi ska, chi soul, sempre nel solco dei rude boys e della cultura mod con una insolita quanto gradita commistione di pubblico reggae e pubblico rock – e il Golpe – uno dei primi esperimenti isolani di commistione tra il pop danzereccio e l’alternative. Non sarà mica che sono i dj set il modo per far comunicare gli atolli musicali che formano questo grande arcipelago che è la scena sarda?

L’argomento è di stretta attualità, visto che questa estate appena trascorsa ha dimostrato il prevalere netto di grandi eventi live basati su un DJ come headliner, a scapito delle band. Il che oggi, da musicista e da selector un po’ esoterico, non mi fa impazzire.

Per noi che avevamo vent’anni nel 1993 è stato naturale osservare l’avvicinamento tra mondi fino a quel momento separati – la musica dance e il concerto rock – e quell’esperienza è confluita sia nelle band che ho citato in apertura, sia nei dj set che ho cominciato successivamente, verso la fine degli anni’90. Soul Side e Golpe! sono state due serate molto diverse: la prima insieme a Luca De Vita era una Allnighter in stile inglese, per un pubblico di Mods, Rude Boys e appassionati vari degli anni Sessanta, mentre il Golpe! con Diablo e Fr3nk è stato un delirio totale, aperto a chiunque volesse rovesciare le regole del sabato in discoteca, sia dal punto di vista dell’atteggiamento, che della musica. I primi anni è stato veramente divertente, poi come tutte le cose è diventato moda…

GOLPE! all FBI – Foto di Nick Arjolas

Un tempo forse anche i festival, blasonati o meno, grazie al variegato cartellone, erano una sorta di melting pot di gruppi e di conseguenza anche di pubblico. Tu c’eri anche lì, coi Sikitikis aprivate più o meno qualsiasi cosa, dai Tora Tora alle Giornate dell’Arte. Pensi che quella esperienza di condivisione di palchi e backstage possa aver generato quello che è stata per un lungo periodo la scena musicale isolana? E soprattutto quanto ci manca oggi quella roba lì?

Grazie all’attività di alcuni promoter svegli, in quegli anni, anche qui in Sardegna, arrivavano produzioni importanti del circuito alternative e indie, oltre ai grossi spettacoli pop e jazz. Quell’esperienza, alla quale ho avuto la fortuna di partecipare spesso, come sottolineavi, ha certamente contribuito all’esposizione della musica sarda indipendente in quel momento. Ricordo che noi intercettammo Max Casacci in occasione di un seminario di produzione organizzato qui a Cagliari e non a Torino bussando alla sua porta: sono quelle combinazioni mistiche che non puoi programmare. 

Oggi – dopo due anni di pandemia, dopo che il gusto medio dell’italiano si è sbilanciato sulla musica trap e sul pop di interpreti singoli, dopo che a fatica sono ripartite le grandi/medie produzioni musicali e i concerti, è palese che non si respira più quell’aria. Sarà complicato riuscire a farlo.

Sikitikis @ Fabrik – Foto di Daniele Fadda

E invece gli studi di registrazione? Ricordo una vostra sessione di registrazione allo Sleepwalker di Gabriele Boi, quartier generale di un bellissimo periodo della musica alternativa isolana, ora invece al Solid Twin con Roberto Macis e Andrea Piraz, che ha messo anche il tubo in bocca per voi. Pensi che si possa creare qualcosa di veramente genuino frequentando le stesse salette, gli stessi studi, assistendo reciprocamente alle sessioni? Oh, affari tuoi che hai il pedigree così denso.

Quando ho iniziato a ricercare informazioni sui dischi che amo, a comprare libri e saggi di approfondimento, mi sono reso conto che “certi” dischi erano registrati in “certi” studi e da “certi” musicisti, i migliori session players disponibili a chiamata! Ovvero, il mio modus operandi è sempre stato quello di provare a creare dei team di lavoro, con musicisti, cantanti, fonici, ingegneri del suono, grafici e ogni tipo di professionista in grado di offrire la sua specializzazione in squadra. Con i Sikitikis abbiamo sempre finalizzato di volta in volta allo studio Casasonica di Torino da Casacci, Bavo e Condina e all’NHQ Studio di Ferrara da Manuele Fusaroli (passando per lo Sleepwalkers di Gabri Boi), e infine – divenuti SIKI – al Noyzelab studio di Samuele Dessì. 

Con gli Stompers mi sono preso il mio tempo e, quando ho spiegato ad Andrea Piraz e Roberto Macis (coi quali avevo già lavorato per “Abbiamo perso” dei Sikitikis) che tipo di disco volevo realizzare, loro hanno aderito in maniera entusiasta al progetto e abbiamo prodotto insieme “Librerie Musicali”, un long playing in cui suonano più di 30 musicisti, tutti sardi tra l’altro, compresa una piccola orchestra d’archi! Il lavoro ha richiesto più di un anno, ma il risultato è stato oltre ogni mia più rosea aspettativa: un sogno che si è avverato. Squadra che vince non si cambia e col team del Solid Twin studio abbiamo registrato e prodotto anche il nostro nuovo EP “Phuture Soul”, che vede l’ingresso in formazione in pianta stabile dei cantanti Marco Cotza e Silvia Follesa.

Dancefloor Stompers – Credits KAREL MUSIC EXPO’ – Foto di Federico Branca

Una curiosità artistica sulla tua grande passione, le colonne sonore. Morricone, Micalizzi, Nino Rota, Sakamoto, Hans Zimmer e va bene, ma esiste un filone moderno, o meglio, una scuola moderna di scrittura di colonne sonore o c’è un continuo misurarsi con quanto già fatto dai grandi maestri del passato?

Esiste, ovviamente, una moderna musica applicata ed è quella che ascoltiamo oggi al cinema o nelle serie tv sulle piattaforme: il lavoro del musicista per le immagini è cambiato tantissimo negli anni, ed oggi è altamente tecnologizzato, grazie ai software musicali che permettono skills che un tempo necessitavano dell’impiego di arrangiatori, orchestratori, copisti, etc etc. Senza generalizzare troppo, posso dire che, ancora una volta, la discriminante è il budget di cui la produzione cinematografica o televisiva dispone.

Per quanto riguarda lo stile, c’è sicuramente un ampio ricorso all’elettronica, ma non mancano i compositori che ancora compongono per grande orchestra, con un occhio ai giganti del passato.

Ma ora, in conclusione, veniamo al vero motivo per cui ho scelto di intervistarti: Gavoi, 1995.

Quanto era alta la pelle d’oca?

Ahahahahah, ovviamente parli dei miei CANIDARAPINA in apertura del concerto dei FUGAZI! Esperienza che ricordo con un mix di emozione e rabbia, dato che non solo loro si rivelarono ben poco inclini alla socializzazione (erano in tour mondiale, stanchi morti), ma durante il concerto ci furono problemi di ogni sorta, ebbi un danno al mio basso, me ne prestarono uno recuperato in paese e ruppi due corde che erano marce, ci fu lancio di bottiglie e ubriachezza molesta diffusa! Insomma una serata very punk, indeed!