È tutta scena – Intervista a Fabio Carta

Mauro Piredda È tutta scena, Interviste

Nuova intervista per la rubrica “È tutta scena”. Per l’undicesimo appuntamento Mauro Piredda ha incontrato Fabio Carta, promoter, videomaker e discografico siniscolese il cui nome è indissolubilmente legato ai Kenze Neke e al festival metal Rock and Bol di Bolotana. Partendo da queste due esperienze offriamo ai nostri lettori una serie di spunti di sicuro interesse per gli sviluppi della scena musicale sarda nel post-pandemia che ci attende e che non ci vuole impreparati.

Fabio, a prescindere dall’evoluzione del quadro pandemico che fluisce nelle narrazioni quotidiane tra cali, picchi, recrudescenze e normalità inseguite, i concerti hanno vissuto una fase di incertezza anche in questo 2021 ormai al tramonto. Di questa incertezza ne ha risentito anche il Rock and Bol di Bolotana.

Esattamente. Il 2020 è scivolato così come l’abbiamo visto. Ma anche il 2021, con la stagione estiva lasciataci appena alle spalle, non ci ha potuto permettere di organizzare quello che abbiamo sempre fatto. Ovviamente non siamo rimasti con le mani in mano. Io e i ragazzi dell’associazione che da anni organizza il festival, con il loro presidente Luciano Sulas, siamo rimasti sempre in contatto per studiare il da farsi.

Il documentario Rock and Bol diretto da Daniele Arca

Ed è qui che si inserisce il documentario sul Rock and Bol?

Certo. Dovevamo fare qualcosa e ci siamo arrivati guardando un po’ le diverse alternative. Potevano i ragazzi dell’associazione spendere – comunque – un bel po’ di soldi per organizzare concerti in streaming? Assolutamente no. Si poteva organizzare un concerto metal con tutte queste restrizioni che già impediscono il normale svolgimento di un qualsiasi altro concerto? Le sedie per dei live metal? La distanza? Non è assolutamente possibile. Nei primi giorni del 2021, dopo averne parlato con Alberto “Bobo” Murru, il mio socio, nasce così l’idea del documentario, complice anche la mia più recente dedizione al videomaking. Del resto di materiale video in tutti questi anni di Rock and Bol ne ho accumulato.

Credits Rock and Bol

Parlacene un po’, anche della sua diffusione

È un documentario di mezz’ora, uno short film diretto da Daniele Arca e realizzato insieme alla società Miss Factory per conto dei ragazzi di Rock and Bol. Lo abbiamo presentato in anteprima a Bolotana ma per il momento non abbiamo una distribuzione. Lo stiamo iscrivendo ai film festival e stiamo pensando alle presentazione sparse in giro per la Sardegna. È un racconto bellissimo perché parla della storia del festival e della sua gente, di un gruppo di amici che reagisce di fronte all’immobilismo della dimensione bidda. È la storia di chi ha deciso di portare il metal all’interno della Sardegna, in questo caso nel Marghine.

Arch Enemy a Bolotana nel 2014, credits Rock and Bol

Ma come nasce l’idea di un festival metal?

Intanto va detto che lo chiamiamo festival anche se il Rock and Bol è durato quasi sempre un solo giorno. Ma l’idea di una kermesse con più giornate è sempre nelle nostre teste, non dico qualcosa esattamente come il Wacken o l’Hellfest, ma abbiamo grandi ambizioni. In secondo luogo va detto che il Rock and Bol non nasce come festival metal, bensì come un festival rock alternativo con artisti sardi e italiani. Era il 2007. Poi cosa succede? Un carissimo amico dell’associazione, Omar Nieddu, che con me aveva fatto il militare e che non mancava ai concerti organizzati da me in giro per la Sardegna con l’associazione Kuntra, mi contatta per chiedermi un aiuto nell’organizzazione. Nel 2010 incontro il direttivo a Bolotona e lì propongo l’idea del festival metal consapevole della loro passione per il genere e delle potenzialità dell’esperimento in Sardegna. Pochi giorni faccio loro la proposta dei Sepultura. In quegli anni non c’era ancora whatsapp e gli sms che ricevevo da parte loro erano conditi da tanta incredulità. Poi ovviamente il concerto ci fu, nel 2011, e da lì è partita questa esperienza con altri mostri sacri negli anni successivi: Cannibal Corpse, Overkill, Arch Enemy, Exodus e tanti altri.

Fabio Carta con i Seputura nel 2011 (foto di Paolo Angus Carta)

E la comunità bolotanese in tutto questo?

È una comunità che esiste e resiste. Grazie al lavoro dei ragazzi dell’associazione è stato innescato un processo virtuoso di coinvolgimento. L’attaccamento dei ragazzi al paese è enorme e quelle giornate di musica portano tanta di quella gente che senza il Rock and Bol starebbe altrove. Bolotana è un paese che come tanti si è spopolato ma che sa scommettere sul futuro. Per darvi un’idea: se l’associazione ha un direttivo di dieci, dodici persone, mediamente ci sono un centinaio (o poco meno), di sostenitori che sposano la causa e contribuiscono alla riuscita dell’evento. È un numero impressionante se si pensa anche al fatto che stiamo parlando di un genere estremo. Nessuno rema contro e anche le attività ne risentono in positivo: dai posti letto alle colazioni. Ma il Rock and Bol non ci presenta soltanto dei risultati locali, di bidda. Il festival bolotanese è un pilastro della cultura live e rock del territorio dato che ormai la provincia di Nuoro è del tutto assente dallo scenario.

I Sepultura sul palco di Bolotana nel 2011 (foto di Paolo Angus Carta)

Da un documentario a un altro. Come procede quello su Kenze Neke?

Quello è un progetto enorme a cui tengo moltissimo ed è ancora in lavorazione. Non sarà uno short film come quello di Bolotana, perciò ci vorrà molto più tempo. L’altra differenza con il doc sul Rock and Bol è che questa idea nasce da prima della pandemia. Avendo la fortuna di aver visto i Kenze Neke fin dalla loro prima esibizione (era l’aprile del 1990 con i Quartz e i Seven Miles e al campo sportivo ci andai con mio fratello Paolo) volevo farne un libro. L’idea nasce quattro o cinque anni fa e nel pc ho molte cartelle di materiale scritto che a questo punto non so se usciranno mai. Come dicevo, essendomi misurato nel tempo con la discografia, con la produzione e con il videomaking, oltre che con il management, ho deciso di farne un video. Saranno novanta minuti con le voci dei protagonisti, dai musicisti che hanno fatto parte della band (partendo da Renzo Saporito e Sandro Usai che li hanno fondati) a tutti i compagni di viaggio e i fratelli di una vita sparsi in Europa. Andrò dappertutto a raccogliere le testimonianze e non mi limiterò a ricevere delle clip da montare. Il documentario va vissuto: Kaki Arkarazo, per farti un esempio, lo intervisterò in Euskadi. Sarà un bel prodotto al quale collaborano Babel, EjaTv, la Cineteca sarda, la Sardegna film commission.

La prima foto ufficiale dei Kenze Neke (archivio Fabio Carta)

Cosa sono stati per te i Kenze Neke?

Intanto diciamo una cosa giacché mi hai fatto una domanda al passato. I Kenze Neke hanno solo smesso di suonare. Non si sono sciolti. I Kenze Neke sono un po’ come i Fugazi da questo punto di vista. Entrambe queste band fondamentali hanno solo smesso di suonare. Questo dato va ripetuto ogni volta e a maggior ragione lo faccio oggi davanti a un microfono. I Kenze Neke li dobbiamo collocare in un tempo dove non c’erano i social come oggi. Eppure sentivi nell’aria i grumi di passione provenienti da ogni dove. Stiamo parlando di un gruppo che ha cambiato la storia della musica in Sardegna. L’esperienza a stretto contatto con loro è stata un grande insegnamento per me. Ricordo perfettamente il giorno in cui Pezzani (Renzo Saporito, ndr) e Usai, una domenica d’autunno del 1996, mi proposero di far loro da manager. Eravamo a Sa Tanca, locale siniscolese di Piazza Puxeddu che poi divenne il Bulè. Io mi occupavo di radio, di fanzine, collaboravo con riviste come Metal Shock e organizzavo concerti. Ma occuparmi di loro è stato un qualcosa di altamente formativo. Avrò girato 300 dei 377 comuni sardi e non solo.

I Kenze Neke a Cagliari nel 1991 (archivio Fabio Carta)

Ecco, parlaci dei tuoi primi concerti. E di quel che hai fatto anche dopo con Kuntra.

Guarda, è stato tutto in divenire al punto da non poterti dire quale fu il primo concerto da me organizzato. Avevo comunque 16-17 anni (provo a inquadrarlo anagraficamente) con i concerti punk nei bar di Siniscola. Quando ero ancora più piccolo e mio fratello mi caricava in macchina per andare a vedere i “concerti cattivi”, come ad esempio gli Extrema a Macomer, io ero estasiato dal palco. Già da allora mi innamorai degli aspetti organizzativi e oltre al live cercavo di guardare e di capire tutte le dinamiche del concerto anche dietro il palco stesso. E questa curiosità fottuta me la sono portata appresso negli anni. Inoltre, e lo dico oggi a 46 anni suonati, io provengo da una famiglia modesta e i soldi per andare a vedere gli Iron Maiden non ce li avevo. Da qui l’esigenza di organizzarli io i live. Poi dopo gli anni dei Kenze Neke ho avuto modo di organizzare con l’associazione Kuntra con la quale sono andato avanti per oltre dieci anni. Senza padrini, senza soldi pubblici e senza favoritismi ho provato a fare live più grossi: Banda Bassotti, Linea 77, Fermin Muguruza, Testament, Misfits, Dead Kennedys e tanti altri.

I Misfits a San Sperate nel 2010 (credits Paolo Angus Carta)

Parliamo un po’ del futuro che ci attende, ma partendo da una domanda retrospettiva. Quanto c’era di marcio nella vecchia normalità concertistica delle piazze sarde?

Io non portavo cose che non mi piacevano. Non facevo l’agente di piazza. Mi hanno anche chiesto di lavorare con loro, ma a me (con tutto il rispetto per loro) non andava di vendere i Ricchi e Poveri. Nella normalità del passato? Ha prevalso indubbiamente una scarsa curiosità anche nella scelta degli artisti da parte dei comitati delle feste di paese. Forse sarebbe opportuno che nei diversi centri della Sardegna si organizzassero delle giornate di ascolto, con operatori preparati capaci di far avvicinare la nostra gente al segmento alternativo ma anche alla nostra vera tradizione che sta prendendo schiaffi dall’etnopop da festa del patrono.

Il pubblico dello ZeroFest a Solarussa nel 2007 (archivio Fabio Carta)

Per finire, quanto è sarda la scena sarda?

È un problema che mi pongo anche come discografico (abbiamo la Bianca Dischi con Bobo). Pensa che una volta, con lui, abbiamo portato in Sardegna Christopher Paul Stelling, cantautore folk americano che incide per la Anti Records. Uno che apre per i concerti di Ben Harper, per intenderci. Una data era all’Abetone, a Sassari, e i ragazzi del locale ci chiesero se il live poteva essere aperto da un musicista folk, folk come quello di Christopher. Il ragazzo suona, molto bravo tra l’altro, molto folky, molto american e molto apprezzato dal nostro ospite. Che però l’indomani ci ha chiesto come mai il ragazzo non ha proposto il nostro, di folk. Questo per darti un’idea di come la curiosità non sempre scarseggia. C’è chi vorrebbe conoscere una scena che non sia un mero scopiazzamento di generi e stili altrui. Ok i generi quelli sono, ma si può lavorare in direzione di una maggiore ricerca e poi, a costo di ritornare ai Kenze Neke, l’elemento lingua può essere centrale per differenziare la nostra scena. Una lingua che sta bene nei diversi generi e che ti permette di affrontare qualsiasi tematica. Sennò corriamo il rischio di avere scene rock che non hanno originalità da una parte e l’etnopop dall’altra. Purtroppo molti gruppi, e lo dico assumendomene la responsabilità, non hanno le palle per andare oltre.

Fabio e Bobo in tour con Stu Larsen (credits Stu Larsen)