

Uno dei volti più noti al pubblico degli eventi musicali in Sardegna è senza alcun dubbio quello di Emiliano Cocco, fotografo di lungo corso e grande appassionato di musica che ha documentato i migliori festival delle ultime decadi. A lui – e a chi fa il suo mestiere – si deve quella narrazione per immagini che segue gli eventi musicali e che ne lascia una testimonianza importante ai posteri. È anche grazie a lavori come quello di Emiliano che ci si può ritrovare a tirare le somme sulla riuscita di un evento e ad analizzare come gli eventi e il loro pubblico cambiano nel tempo: un lavoro molto affine a quello svolto dalla nostra testata, per la quale Emiliano ha scattato più volte, e sicuramente basilare per seguire l’evoluzione dell’approccio alla musica e della sua fruizione al mutare dei tempi e all’avvicendarsi delle generazioni. Lo abbiamo raggiunto per capire come si sia avvicinato alla fotografia, come ha portato avanti la sua attività e quale sia il suo punto di vista sullo stato di salute della scena e dei suoi promotori.
Ciao Emiliano, inizia a raccontarci un po’ come hai iniziato.
Tutto è cominciato dai video dei grandi festival che guardavo su MTV e dalle foto che sfogliavo sulle riviste musicali quando ero ragazzo. Ho sempre avuto una grande curiosità per tutto ciò che accadeva sopra e intorno a un palco: le luci, l’energia, i musicisti, il pubblico. Col tempo quella curiosità mi ha portato a frequentarli sempre di più come spettatore. Poi, nei primi anni duemila, ho iniziato a portarmi dietro una piccola fotocamera compatta, solo per avere qualche ricordo delle serate. E da lì è cominciato tutto.
Hai anche una interessante cultura musicale associata a una passione sincera, cosa non scontata per chi riprende questo genere di soggetti. Immagino sia arrivato alla fotografia musicale grazie a quelle…
Negli anni ’90, crescere in un paese di provincia significava avere una fame autentica di musica, perché accedere a certi dischi o a nuovi generi era tutt’altro che semplice. Non c’era internet, non c’erano piattaforme, e il modo più diretto per scoprire qualcosa di nuovo erano il passaparola, le riviste, qualche negozio specializzato lontano da casa o le compilation registrate su cassetta. Ma forse proprio per questo si sviluppavano un senso di appartenenza e una curiosità più intensa.
Poiché venivo da esperienze nella scrittura di recensioni e report live per alcuni siti come Oubliette Magazine, Sons Of Marketing e The New Noise, il passaggio alla fotografia è stato naturale, dato che sentivo l’esigenza di raccontare la musica anche attraverso le immagini. Come detto precedentemente, già da alcuni anni portavo con me ai concerti una compatta e a metà del 2012 acquistai la mia prima reflex. Successivamente ho partecipato a un corso di fotografia e, grazie ai consigli di un amico più esperto, ho continuato a cimentarmici.
Qual è stato il primo live che hai fotografato?
In quegli anni ho documentato artisti come Placebo, Marlene Kuntz, Testament e Soulfly. Nel frattempo ho cominciato a collaborare con il Karel Music Expo, festival che ha rappresentato una parte importante del mio percorso, per cui ringrazio Davide e Serenella di Vox Day della fiducia riposta nel mio operato.
A quale evento hai capito che quello della fotografia musicale sarebbe potuto diventare qualcosa in cui specializzarti? Sempre che di specializzazione si possa parlare…
Non so se si possa parlare davvero di specializzazione in un ambito fotografico. Nel mio percorso non ho mai seguito una direzione precisa. Credo si tratti piuttosto di un’attrazione naturale verso ciò che mi incuriosisce o mi coinvolge. Posso dire di seguire il mio gusto, che si è formato nel tempo grazie agli ascolti, alle esperienze dal vivo e alle situazioni che ho avuto l’opportunità di fotografare. Più che aderire a un’estetica legata a un solo genere, cerco ogni volta di entrare in sintonia con quello che ho davanti. Che si tratti di un concerto rock, di una performance elettronica, di un set hip hop o di un ensemble jazz, ciò che mi interessa è l’atmosfera che si crea, l’energia tra il palco e il pubblico, il modo in cui la musica prende forma nello spazio.
Un’ultima curiosità personale. In occasione di quale evento ti sei pentito di non aver portato con te la macchina fotografica?
In diverse occasioni avrei voluto averla con me, tipo diversi anni fà al Sonisphere Festival, dove suonavano nella stessa giornata Iron Maiden, Slipknot, Rob Zombie, Motorhead e Mastodon. Oppure in occasione del concerto dei Metallica nel 2003 a Imola o dei Korn nel 2008 a Milano, quando avevo una compatta senza troppe pretese. Di recente ho perso anche i Nine Inch Nails a Berlino, che hanno fatto uno dei migliori live con luci e visual molto interessanti. Ma la lista sarebbe lunghissima…
Nella vita so che ti occupi anche di altro. Escludendo l’insegnamento o le cerimonie, quali sono le ragioni che in Sardegna impediscono di fare della fotografia un lavoro a tempo pieno?
In Sardegna è molto difficile trasformare la fotografia musicale o, in generale, quella legata a certi tipi di eventi, in un impiego vero e proprio. I motivi sono diversi. Prima di tutto, la dimensione geografica e demografica dell’isola limita il numero di eventi di rilievo durante l’anno. C’è poca continuità e molti festival dipendono dai fondi pubblici, quindi spesso saltano o vengono ridimensionati. Poi c’è la questione culturale: la figura del fotografo non sempre è percepita come professionale e si dà per scontato che basti avere una macchina fotografica per “fare due foto”. Questo porta a una svalutazione del lavoro, a compensi bassi o inesistenti, e a una certa difficoltà nel far comprendere il valore del servizio fotografico, soprattutto quando si tratta di progetti artistici o indipendenti.
Detto questo, in alcune circostanze, da alcuni anni a questa parte, si iniziano ad intravedere segnali positivi. Alcune realtà culturali e musicali stanno crescendo e hanno iniziato a valorizzare maggiormente il lavoro dei fotografi, dei videomaker e di quelle figure ibride che si occupano anche di comunicazione visiva e contenuti multimediali. Grazie alla maggiore attenzione alla promozione e alla visibilità degli eventi, si sta diffondendo una consapevolezza più concreta del ruolo che possiamo avere nel raccontare e amplificare ciò che accade, al di là della mera documentazione.
E la tua è stata una scelta o una necessità?
Direi che, nel mio caso, scelta e necessità si sono spesso sovrapposte. La fotografia musicale è una passione forte, ma purtroppo il tempo da dedicarle è limitato, soprattutto per via di altri impegni lavorativi che non lasciano molto spazio a una progettualità continua. A volte avrei voluto fare di più, dedicarmi maggiormente a certi percorsi o seguire alcuni eventi con più costanza, ma non sempre è stato possibile. Dall’altro lato, però, c’è anche una scelta consapevole: nonostante le difficoltà, ho voluto mantenere viva questa passione e ritagliarmi comunque del tempo per portarla avanti, anche se in modo non esclusivo. Alla fine è un equilibrio instabile tra ciò che vorrei fare e ciò che realisticamente posso permettermi di fare. E ogni volta che riesco a fotografare un live, a raccontare un evento o a collaborare con una realtà interessante, sento di aver fatto la scelta giusta, anche se con qualche compromesso.
Principalmente ora ti occupi di eventi musicali, ma in passato ti sei cimentato anche in altri generi. Ce n’è uno in particolare che ti ha segnato?
Si, ho avuto l’opportunità di documentare alcuni eventi in contesti diversi rispetto a quelli della musica dal vivo. Tra tra il 2012 e il 2015 ho scattato e documentato diversi spettacoli teatrali, progetti curati da diverse compagnie, spesso a Cagliari.
Che differenze hai riscontrato rispetto agli ambiti in cui normalmente ti muovevi?
Il teatro ha regole, tempi e atmosfere molto particolari: si lavora quasi sempre con luce naturale di scena e c’è la necessità di fare il meno rumore possibile per non disturbare gli attori in scena. Quelli furono i primi tentativi di raccontare la forza visiva di quegli spettacoli, cogliendone dettagli, espressioni e tensioni. Anche se non ho proseguito stabilmente in quel settore, mi ha permesso di fare un pò di esperienza e di confrontarmi con ambienti diversi rispetto a quelli della musica live.
E quali sono invece i tuoi soggetti preferiti da fotografare, oltre ai musicisti?
Oltre al reportage di attività concertistiche e backstage, mi piace fotografare scene di street art e situazioni urbane dove l’interazione tra persone, spazi e colori crea occasioni interessanti per fare degli scatti. Anche se oggi è più difficile ritagliarsi il tempo per andare a caccia di immagini di strada, per via di altri impegni e ritmi diversi, resta una dimensione fotografica che continuo ad apprezzare molto. Quando capita, cerco ancora quel tipo di sguardo: autentico, diretto, capace di raccontare il reale senza mediazioni.

Fotografare in giro per la Sardegna ti ha permesso di lavorare per alcune delle realtà più interessanti, oltre che esplorarle e viverle. Quali sono quelle che negli ultimi anni ti hanno colpito di più e per quali ragioni?
Oggi in Sardegna convivono diverse realtà culturali e musicali che stanno lavorando molto bene sul territorio. Recentemente ho partecipato, in occasione della 35ª edizione del Narcao Blues Festival a un evento dal linguaggio ben consolidato, capace di rinnovarsi senza snaturare la propria identità.
Un altro esempio è l’Here I Stay Festival, che, con le sue intuizioni e la continua diversificazione degli eventi, riesce a mantenere una proposta sempre interessante. Collaborare con il gruppo affiatato che lo anima è ogni volta un vero piacere.
C’è poi la mia lunga e solida collaborazione con il Karel Music Expo, che dura da oltre un decennio e si fonda su una reciproca stima e fiducia.
Tra le realtà con cui ho avuto il piacere di lavorare c’è anche Dromos, che si distingue per la capacità di valorizzare il territorio rendendo il festival itinerante tra diversi comuni, con una proposta artistica sempre stimolante.
Da ricordare anche l’esperienza con l’Associazione Lee Van Cleef, guidata da Andrea Murgia, per le quattro edizioni del Summer Is Mine: un festival ben organizzato e completamente gratuito, che ha nomi che ora hanno una certa importanza nel panorama nazionale come IOSONOUNCANE e Cosmo.
Infine, alcune edizioni del Sa Rock Festival, organizzato dai ragazzi del collettivo MIS, sempre molto attivi in diversi ambiti musicali.
E quali sono invece le problematiche che hai riscontrato nel rapportarti con tutte queste diverse realtà?
In Sardegna, troppo spesso la cultura è costretta a rincorrere: a lavorare in emergenza, tra ritardi nei finanziamenti, incertezze burocratiche e tempi che non rispettano le reali esigenze organizzative e creative. Chi lavora in questo ambito si trova spesso a partire senza sapere quando – o se – arriveranno i fondi necessari, con conseguenze che si riflettono sulla qualità, sulla programmazione e sulla sostenibilità dei progetti. Questa situazione rischia di svuotare il lavoro culturale del suo significato, trasformando passione e progettualità in resistenza quotidiana.
Eppure, malgrado tutto, c’è chi continua a crederci. Ho avuto la fortuna di collaborare con molte realtà che, pur tra mille difficoltà, non smettono di fare cultura con passione, visione e competenza. La cultura merita continuità, rispetto e risorse adeguate.
Foto di copertina: Credits Gianfilippo Masserano




