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Ben Harper and the Innocent Criminals
alla MusiCA Arena di Cagliari
11 Luglio 2026

Un curioso mercoledì di inizio luglio quello che ha visto esibirsi sull’isola a poche decine di chilometri di distanza, due ormai ex icone dell’ormai ex progressismo internazionalista di sinistra che negli anni novanta hanno raggiunto fama planetaria e bene o male sono riusciti a cavalcare l’onda fino ai giorni nostri. Goran Bregović a San Giovanni di Sinis con la Wedding and Funeral Orchestra e Ben Harper con gli Innocent Criminals all’arena della ormai ex Fiera Campionaria di Cagliari, dopo trent’anni di onorata carriera ancora attirano piccole masse di appassionati, peraltro gli stessi di allora, peraltro mossi dalle stesse motivazioni, con in più con quel bagaglio maledetto di nostalgia canaglia che si porteranno anche nella tomba.

Se Bregović ha continuato a portare sul palco l’immaginario balcanico pre e post-bellico di cui tutti si sono comunque dimenticati, il buon vecchio Harper ha proseguito sulla sua personale linea messianica di proselitismo della black music, in tutte le sue possibili sfumature e declinazioni. E rispetto all’offerta del collega bosniaco, la sua sembra superare più agevolmente lo scoglio del tempo e, per quanto entrambi non possano più ambire a raccogliere nuovi giovani fedeli come un tempo, il cantautore californiano, con sangue indo-lituano, ha catturato ancora il nostro interesse.

Credits Antonio Deidda

Il piazzale della MusiCA Arena del Comune di Cagliari, incastonato tra i capannoni quella che fu la Fiera Campionaria, si conferma fin dall’inizio uno dei peggiori spazi in cui organizzare un evento musicale in piena estate e così lungo. L’odore del catrame ancora caldo a fine concerto è solo a malapena mitigato da quello del mare e dal maestrale, e giusto qualche sparuto gruppo di fenicotteri consola lo sguardo del pubblico. Tutto però sembra passare in secondo piano per i 2500-3000 presenti quando i cinque – oltre ad Harper, Olivia Charles alla batteria, Chris Joyner alle tastiere, Alex Painter alla chitarra e Darwin Johnson al basso – salgono sul palco.  

Il concerto, preceduto dalle esibizioni voce e chitarra del nostrano Francesco Piu e della cantautrice catanese Anna Castiglia, si è aperto allo stesso modo in cui si era aperto quello al Parco dei Suoni di Riola Sardo: la band intorno a un microfono che canta a cappella Below sea level assume i contorni di un rito iniziatico per cementare la band, che senza dubbio funziona, vista la coesione e il pathos con cui suonano per le successive due ore e che a concerto finito si riveleranno uno dei punti più alti dell’esibizione.

Credits Antonio Deidda

L’avevamo lasciato quattro anni fa al parco dei suoni di Riola con un concerto sommesso e oggi lo ritroviamo un ormai cinquantaseienne, sempre in grinta ed entusiasta che ancora non si è stufato di calcare palchi in giro per il globo. La resa del concerto è stata sicuramente più brillante del precedente – nonostante i volumi contenuti – e la scaletta ha spaziato lungo tutta la sua ultratrentennale carriera, da quella Ground on down con cui sceglie di aprire e che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico, fino alle ultime, rare, felici trovate, come Need to know basis, It ain’t no use e Where did we go wrong. Ma buona parte dei presenti, lì più perchè contemporanei dei dischi usciti a cavallo del millennio, non hanno visto le proprie aspettative deludersi. Le ovazioni sono così arrivate per The will to live, Diamonds on the inside, Say you will, Roses from my friends, She’s only happy in the sun e l’anthemica With My Own Two Hands, in una selva di mani al cielo. Ma i momenti più apprezzati del concerto sono stati i brevi blocchi che hanno visto i componenti della band abbandonare il palco per lasciarlo solo con il pubblico a eseguire in solitaria, voce e chitarra, i pezzi più intimisti dei primi anni. Il pubblico ha ascoltato in religioso silenzio brani come Waiting on a angel, Roses from my friends, Forever, There will be a light, Walk away, Another lonely day, accompagnandolo con voce appena sussurrata, tanto da guadagnarsi i suoi ringraziamenti per il tatto e la discrezione del pubblico.

Credits Antonio Deidda

Ben Harper si è confermato fedele a quella pasta black che ha sempre tenuto a manifestare in tutte le forme possibili, e a un certo folklore tutto statunitense, molto springsteeniano che lo ha tenuto con i piedi per terra anche nei momenti di massimo successo. Ancora sente la musica e la pratica con trasporto: eloquenti in questo senso i segnali fisici, sinceri e non da poser, di apprezzamento e di amicizia lanciati ai musicisti durante le canzoni. Ben Harper oggi intercetterebbe pochissimi giovani rispetto a quanto sia riuscito fare negli anni novanta, quando, nel suo piccolo, riempì parte del vuoto lasciato dalla diaspora post grunge. E l’età media dei presenti lo ha testimoniato. Ma buona parte di essi era lì per una forte affezione verso l’uomo, il musicista e le canzoni, più che per l’esperienza in sé. E checchè ne dicano i suoi detrattori, questa resta una valida ragione per cui andare ancora a sentire artisti come Ben Harper.