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Artistas de sos sonos sardos
Iscuru e luche
24 Marzo 2026

Succede che la Wild Drone Music, label indipendente sarda con una chiara vocazione alla diffusione dell’elettronica più radicale, chiami a raccolta diversi artisti che si rifanno a quel tipo di sensibilità musicale per raccontare l’isola attraverso i suoni. I loro suoni. Le regole di ingaggio non sono molto rigide: si tratta di dare voce al paesaggio, di illustrare con la musica le infinite sfumature che questa terra contiene dentro e fuori di sé. Rispondono in quattordici e il risultato finale viene battezzato Iscuru e luche in un gioco di contrasti che in qualche modo fornisce una rappresentazione di questa terra molto diversa dai soliti cliché. Ed è anche la conferma di una scena che in Sardegna ha trovato la giusta dimensione e un livello di consapevolezza davvero esaltante, per numero di artiste e artisti che vi ruotano e, soprattutto per la qualità espressa. Una realtà che è riuscita persino a fare i conti con la musica sarda più legata alla tradizione, con grande rispetto, ma anche con la giusta volontà di andare oltre. Oltre il mare e oltre le rigide gabbie del pensiero più oscuro e oscurantista.

“Ogni artista è stato lasciato libero di interpretare il tema secondo il proprio linguaggio, mantenendo un legame personale con l’idea di oscurità e luce: non come opposti, ma come elementi complementari, necessari l’uno all’altro”, viene chiarito nelle note stampa e ci sembra un approccio possibile e compatibile con questo tipo di ricerca sonora. È doveroso anche sottolineare che, nonostante il gran numero di partecipanti e le diverse esperienze individuali, questa raccolta è riuscita a garantire una forte coesione d’insieme e di omogeneità. Vediamo di cosa si tratta.

Si comincia con gli Allee der Kosmonauten di Alghero (Stefano Idili e Massimiliano Achenza) e Lo mes gran fantasma è una traccia che diffonde una malinconia di stampo post-romantico. Sembra lo sguardo di un drone smarrito che si affranca dalla sua missione e si lascia andare in una sorta di diserzione fuori schema. Il brano si chiude con le corde di una chitarra acustica che ci riporta alla cruda realtà. Si torna a casa.

Aseret (Andrea Loriga di Sassari, ma di stanza nella lontana Berlino) con Mai nadu ci regala una lunga suite elettronica di palese afferenza dark-ambient. Una composizione scura e limacciosa, lunga e sofferta, molto in sintonia con certe esperienze di scuola industrial.

Christian Scalas di Tortolì (vedi alla voce Monobass, ma anche Kryss Hypnowave e altre produzioni della Wild Drone Music) con Perda ‘e Liana ci accompagna verso i tacchi della sua terra che per l’occasione si rivestono di esoteriche presenze, si addobbano di glitch e fruscii, di oscure sembianze. Uno sciame sonico inquietante e dolente come il battito del cuore dopo una lunga scalata.

Die Dunkle Seite (alias di Guido Ciabatti di Alghero) si sposta sui crinali del Limbara per un trekking metafisico e immaginario nel lato più oscuro di questo lembo di terra. Suoni che nascono dal granito, paesaggi di silicio e acqua, rumori che rimbalzano nella roccia e si infrangono dentro di noi.

Fabio Tallo (Fabio Talloru da Serrenti) ci propone Sa nebida che già dal titolo è un chiaro manifesto di slow ambient sotto narcosi. I suoni dell’ambiente si fondono ai ricordi e sembrano rappresentare il dolce sapore del nulla che ci appartiene. La visione del mondo in Tallo è sempre imprecisa, sfumata, poco leggibile e attraversata da una incombente amnesia che costringe al dubbio e alla speculazione. Un pratica salutare e necessaria.

Jannemuru (Nicolò Mulas di Orosei) con Miserere si confronta e si scontra con la grande tradizione del canto corale sacro isolano e si inventa un nuovo paradigma sonoro nel quale convivono voci trasfigurate, lacrime di passione e un continuo alternarsi di luce e buio, pena e redenzione. Suoni apocrifi che sembrano appartenere a un nuovo vangelo e a una storia che supera il tempo. Oriente e Occidente non come opposti, ma come semplici punti di vista in una prospettiva che non contempla il rifiuto dell’altro ma solo voglia di conoscenza. 

j-mve (Marco Manconi di Sant’Antioco) con Aiscusi ci riporta nei sentieri già battuti della dark ambient più mefitica in un percorso dal sapore amaro e inquietante. Se vi piacciono i sentieri della fede cambiate strada; questo è un altro mondo, una scorciatoia che porta agli inferi senza biglietto di ritorno. Di nascosto, a bassa voce, senza farsi notare. 

Marta Loddo (Marta Bladi Loddo di Oristano) usa la voce e la loop station come se fossero una cosa sola. Con Proendi ci parla della pioggia, di quelle lacrime che dal cielo ci danno vita e morte, grano e distruzione. Proendi è pioggia sintetica che trasfigura e modifica la percezione e rende tutto più instabile e scivoloso. Quella Hard Rain del vecchio Bob dal sapore apocalittico a cui stiamo assistendo in questi tempi.

Martino Corrias (Sassari ma anche un po’ Bologna) galleggia tra le molteplici facce della ricerca elettronica contemporanea. Teresa è una composizione che rimanda all’origine del suono, quando la musica era solo un lamento primordiale, un urlo senza voce. Tra sogno e bi/sogno qui si respira l’aria di un tempo senza fine e la Teresa del titolo potrebbe essere la controfigura di Aseret di cui sopra. 

Menion (Stefano Ferrari di Nuoro) è un altro artista che opera tra la Sardegna e la Germania con la sua chitarra e i tanti dispositivi digitali utili per modificarne la natura. Bentos è ancora ambient nella sua versione più rilassata e funzionale alla speculazione. Si parla di vento, quello strano elemento che arriva e scombina, trasforma i connotati del paesaggio e gli esseri che lo abitano, rimodella le rocce e gli alberi. Dopo il vento ogni cosa è differente come succede con la diaspora digitale che tutto muta e s/travolge. 

Perry Frank (Francesco Perra di Iglesias) è anche lui un uomo con la chitarra e il solito inventario di marchingegni ultramoderni che solo chi li usa conosce. Anche Temporada ci racconta di mutazioni e nuove forme di vita. Ogni tempesta (come il vento di prima) è una rivoluzione, qualcosa che segna e marca il tempo, un prima e un poi e una zona grigia intermedia difficile da delimitare. Perry Frank si muove in questo spazio mediano, nell’occhio del ciclone e lascia che il suono parli da sé e per sé senza troppe didascalie. Un brano che si riallaccia a quanto proposto da Perra nel recente Scenario che ha indicato nuove strade da percorrere senza chiedersi dove portano.

Save Your Atoll (Antonello Meloni di Berchidda) ci parla ancora del vento che in Sardegna sembra quasi un’ossessione. S’ispiritu de su entu: un credo occulto, un parterre per pochi eletti, roba da congrega misteriosa e arcana, soffio di vita da salvare, adorare, rispettare. O forse è solo la naturale paura che anima ogni individuo, quella di essere soli in un brandello di vita. E il vento è una divinità senza forma, ma dai mille nomi e la sua voce potrebbe essere quella che emerge da questa traccia.

Svart1 (Raimondo Gaviano in Cagliari) ha una passione sfrenata per le culture esoteriche e le stranianti pratiche mistiche sparse lungo il pianeta, forse anche oltre. S’amigu bonu dd’as in coro è un brano in linea con la sua più recente produzione: dark ambient di stampo industrial, drone music che talvolta si avvicina ai Sunn O))) e roba simile. Una tomografia dell’anima alla ricerca delle più remote emozioni e un referto scritto da specialisti del terrore. Materia sonora porosa, drammatica, evocativa di presenze e assenze. Gli stessi suoni che arrivano durante una TAC in un frangente in cui il futuro può attendere e il presente incombe.

TVS (Teresa Virginia Salis di Cagliari) si muove tra ricerca accademica e sperimentazioni extracolte. Talvolta suona il flauto. Is compinxius ci offre un bel campionario di voci, lontane ma ben presenti. Un viaggio al termine della sera prima della lunga notte da passare tra il mare e il mondo. In questi suoni si avverte il suono dei passi sulla sabbia, il frusciare dei pini e il fascino degli abissi, delle caverne, dei pozzi sacri. Geografie immaginarie segnate da contrasti mai risolti, mai pacificati, da elaborare.

Succede che talvolta riusciamo a immaginare questa terra con una nuova identità grazie a chi ha il coraggio di andare oltre la siepe del nostro piccolo recinto. Iscuru e luche è lo sguardo di chi ha bisogno di immaginare e pensare un oltremondo che, in ogni caso, non sarà mai così terribile come quello reale.

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