

Di Claudio Loi
Non si può certo dire che la volpe passi il tempo a godersi il paesaggio di fine primavera e aspettare che l’uva maturi. In pochi mesi la label Mraxani ha sfornato una bella scorta di produzioni sonore tanto da spiazzare il nostro precario mercato discografico. Questa dovrebbe essere la sesta release a conferma di un progetto serio e ragionato, che si sta manifestando in tutta la sua forza creativa. Punti di forza della label sono una spiccata personalità, una filosofia di base ormai riconoscibile, una linea grafica che non lascia dubbi sulla propria identità e soprattutto una qualità sonora di alto livello, oltre soglia. Non poco per una storia che è appena cominciata.
Arrámini è un’idea di musica che proviene da tre musicisti di provata esperienza seppur con bacini di riferimento ampi e variabili e questa è sempre una buona notizia. Il trio che colora di rame è composto da Andrea Lai, (sassofono, clarinetto, elettronica), Stefano Colombelli (basso, chitarra, voce) e Antonio Pinna (clarinetto, percussioni, oggetti di dubbia provenienza) e dietro le quinte Elia Casu, il quarto uomo che fa da garante e mette mano ai suoni in post-produzione. Un ensemble che sulla carta potrebbe apparire poco omogeneo e invece funziona alla grande.
Il risultato di questa esperienza corale è un disco che ha pochi punti di riferimento ma tante tracce da seguire, numerosi indizi che svelano le diverse esperienze dei singoli, le tante prospettive che hanno segnato i loro percorsi. In questo grande caos, nella complicata matassa di influenze, quello che colpisce sin dalle prime note è trovarsi di fronte un lavoro di straordinaria omogeneità, sintesi perfetta di svariate sensibilità. Non si percepisce nessuna forzatura nella fase esecutiva, niente sembra fatto per stupire e spiazzare, ostentare quello che si conosce: emerge altresì una profonda sensazione di compartecipazione, di vibrante tensione esecutiva che nasce da un rapporto che privilegia l’ascolto del sé e dell’altro e la dimostrazione che il bisogno di comunicare e ascoltare è sempre una pratica da sostenere. Una scelta che è funzionale alla necessità di andare oltre le griglie della consuetudine come loro stessi indicano nelle note di presentazione: “Attraverso un approccio aperto e non gerarchico al suono, Arrámini costruisce ambienti sonori in costante trasformazione, in cui materia acustica ed elettronica convivono in equilibrio dinamico. Il risultato è una performance immersiva e imprevedibile, sospesa tra astrazione, gesto e ascolto collettivo”.
Tutto vero e certificato: elettronica e strumenti reali convivono senza traumi, accademia e vita vissuta sono elementi complementari che mettono sullo stesso livello teoria e pratica, tradizione e ricerca accademica. Un modo di vivere la musica che evita le trappole della storia, delle leggi della materia, del grande dis-ordine che sovrasta questa realtà per andare oltre con un approccio che potremmo definire quantistico nel suo essere fluido, aperto, mutevole, modulabile e in costante divenire attraverso sovrapposizioni di idee, strati di conoscenza che, nonostante tutto, riescono a trovare il loro equilibrio.
Sette tracce complesse e strutturate, che solo chi è disponibile a mettersi in discussione può governare. Queste composizioni appaiono come sperimentazioni post-industriali dal volto umano, qualcosa di sospeso tra filosofia trascendentale e mistica elettronica, una dimensione in bilico tra sogno e risveglio. Sonorità quasi mistiche che a tratti sembrano richiamare lontane esperienze come Popol Vuh o Ash Ra Temple o la musica organica del Don Cherry più mistico, quello del periodo svedese. In alcuni passaggi Arràmini sembra musica per meditare, per prendere tempo e fiato, evitare la compulsione del consumo sfrenato, slow quanto basta per prendere le distanze dal ritmo del tempo reale, dall’agonismo del vivere.
Arrámini è anche una comunità di recupero di suoni dispersi nella memoria, di lontane visioni, operazione di riciclaggio di emozioni ormai sbiadite, una sorta di arte povera per menti evolute da consumare con parsimonia, con attenzione, forse memore di quella decrescita felice che ogni tanto appare all’orizzonte e che tanto turba le nostre certezze. Proprio per questo Arrámini è musica senza tempo, fuori dal tempo, asincrona, un’esperienza sonora che ogni volta muta e si manifesta in altre forme. Questo loop di emozioni che fluttuano in uno spazio indefinito è perfetto nel raccontare il disagio del presente e si avverte quella strana sensazione di essere un po’ fuori fuoco come quando ci si perde nella scrittura di Philip K. Dick di cui questi suoni potrebbero essere la perfetta colonna sonora. Arrámini si infila tra le pieghe del sapere, in quei minimi spazi di libertà che ancora sono disponibili, un fluido sonoro che funziona come liquido di contrasto ed è funzionale a trovare nuove sponde di sopravvivenza grazie alla parte più irrazionale del nostro essere, forse la migliore.